Quando Roma impazziva per le bighe da Formula 1

«Il mondo di Ben Hur» di Fik Meijer: uno spaccato sui campioni del circo

Noi abbiamo gli stadi di calcio, i romani avevano i circhi. Noi abbiamo i calciatori, i romani avevano gli aurighi. Un campione delle corse dei carri poteva guadagnare, in una sola gara, 60mila sesterzi. Ovvero, otto anni di paga di un legionario. Conquistati così, in un giorno, lanciando in corsa i cavalli tra le acclamazioni del popolino. Anche allora gli intellettuali si sdegnavano per i guadagni esorbitanti degli sportivi. Come faceva il poeta Marziale, paragonando la sua diaria di 6,25 sesterzi alla ricchezza accumulata dal celebre auriga Flavio Scorpo, che andava in giro vestito di porpora mentre il poeta doveva accontentarsi di abiti rattoppati. Il che non impedì peraltro a Marziale di scrivere due epigrammi in morte di Scorpo, che si schiantò col suo carro, a 27 anni, a un passo dall’ennesima vittoria.
Bighe e quadrighe (ma c’erano anche le trighe, con tre cavalli) facevano andare pazzi i romani. I guidatori dei carri erano più popolari persino dei gladiatori, anche perché potevano aspettarsi una carriera più lunga. Non di molto, peraltro: fracassarsi le ossa come il povero Scorpo era caso non infrequente. E il circo era una sorta di microcosmo in cui confluivano tutte le tensioni della società antica. Ladri e prostitute vi si affollavano intorno, mescolati alla plebe golosa soltanto di panem et circenses, ma anche i conflitti politici riecheggiavano nella rivalità tra le diverse scuderie. Come imparò a proprie spese l’imperatore Giustiniano il quale, a Costantinopoli, quasi perse il trono per una rivolta fomentata dalle tifoserie del circo.
Una storia delle gare di carri non può che essere anche una storia della società antica. E quindi si impara molto, non solo sullo sport, dal libro dello studioso olandese Fik Meijer, un libro agile e ricco di curiosità. In italiano si intitola Il mondo di Ben Hur (Laterza, pagg. 244, euro 18), per il solito vezzo degli editori italiani di cambiare i titoli originali, in genere peggiorandoli secondo la logica della banalità. Ovvio, Ben Hur è per molti di noi l’immagine quasi atavica, infantile, della corsa con le bighe. E Meijer dedica un capitoletto finale a fare le pulci a quella famosa gara hollywoodiana. Dal punto di vista storico, in fondo, non così scandalosamente scorretta (molto meno, comunque, delle fantasiose ricostruzioni di kolossal più recenti come Il gladiatore). Soltanto, un poco confusa.
Così, per esempio, gli aurighi di Ben Hur montano carri simili a quelli da parata usati per i trionfi dei generali vittoriosi, che erano molto più pesanti e massicci di quelli da corsa. Ancora: in Ben Hur si corre alla greca, tenendo le briglie con le mani, e non alla romana. I romani, infatti, si legavano le briglie intorno al corpo. Per questo gli aurighi tenevano sempre un coltello alla cintura, per tagliare le briglie nel caso fossero scaraventati giù dai carri, restando impigliati e trascinati nella polvere. Il protagonista del film, peraltro, prima di partire per la gara fa l’unica cosa che un auriga romano non avrebbe mai fatto: togliersi il casco protettivo di cuoio, che tutti portavano. Gli aurighi romani, peraltro, erano in tutti i sensi diversi da quelli greci. Bisogna scordarsi l’eleganza aristocratica dell’auriga di Delfi, con la sua lunga tunica plissettata. A Roma gli aurighi erano in genere rozzi atleti di condizione servile, abituati a confrontarsi in gare durissime. Certo non si frustavano l’un l’altro, come in Ben Hur, altrimenti sarebbero stati immediatamente squalificati. Però potevano colpire il cavallo dell’avversario, per mandarlo fuori pista.
Non si correva per se stessi, ma per la propria scuderia. A Roma ce n’erano quattro: i Rossi, i Verdi, i Bianchi, gli Azzurri. Le quattro squadre avevano i loro tifosi, anzi i loro hooligans, non di rado responsabili di violenze gratuite. Spesso si limitavano a darsele tra loro. Ma, almeno in un caso, si coalizzarono. Accadde a Costantinopoli, nel 532, quando le due tifoserie più importanti, i Verdi e gli Azzurri, iniziarono a fronteggiarsi con violenza, dentro e fuori l’ippodromo. Gli assassinii erano continui, l’imperatore Giustiniano decise di reprimerli. E a quel punto Verdi e Azzurri si unirono contro di lui, in una insurrezione passata alla storia come «rivolta di nika», dal grido che i tifosi lanciavano ai loro aurighi (nika, cioè «vinci»). Nell’ippodromo fu proclamato un nuovo imperatore, Ipazio. Giustiniano era già pronto a scappare. Lo salvarono la fermezza di sua moglie Teodora e del suo generale Belisario, che irruppe nell’ippodromo massacrando 30mila persone. Le gare furono sospese per otto anni. Poi ripresero e ripresero gli scontri tra le fazioni.
Ma lo splendore di un tempo lentamente svanì. Non si potevano più spendere in spettacoli i soldi che ormai servivano per far guerra agli arabi e ai turchi.