Quando la sinistra insiste per smantellare la famiglia

Non passa giorno senza che la cronaca ci consegni un delitto in famiglia. Se, in Italia, la percentuale degli omicidi è calata in questi ultimi anni del 60%, la violenza in famiglia segna un incremento speculare di segno opposto. Ci si ammazza senza esitare, secondo la gente. Di parere diverso i santoni del giornalismo di estrema sinistra. Rebecchi, del Manifesto, invitava a celebrare il Family day sui luoghi del delitto: «Quotidiane celebrazioni della famiglia italiana dove alla fine, invece dei cantanti, intervengono i Ris e la scientifica. Altro che i bambini fanno oh!». Stando a tanto illuminato pensiero la colpa non sta nella famiglia diventata debole, ma nell’istituzione familiare. Repubblica, il 17 gennaio scorso, cercava di convincere gli italiani che la famiglia uccide più della mafia. Per non essere da meno, la Stampa s’è limitata a cambiare il termine di paragone. Dalla mafia al cancro.
Non è difficile cogliere l’ispirazione del vetero comunismo che pone lo Stato come unica realtà razionale e relazionale, con posizione di preminenza sulla società civile, e quindi sulla famiglia stessa che diventa il nuovo male da estirpare, la sentina di tutte le brutture, la sorgente dell’angoscia e del conflittualismo. Un male da debellare nel più breve tempo possibile, magari per ripristinare quei collettivi degli anni ’70, le comuni dei figli dei fiori, pronti a immolare l’istituzione sull’altare della libertà, senza i condizionamenti borghesi.
Contro queste diagnosi bislacche, che vorrebbero la famiglia come causa dell’accresciuta violenza nelle case, si staglia il giudizio della scienza più accorta e preparata, secondo la quale proprio dal venir meno della stabilità familiare fioriscono le più frequenti patologie aggressive. Quando succedono questi fatti, si tende a ricondurre gli episodi criminali nei confini della follia. Scaricare sul matto è operazione di basso costo e grande resa. Fa credere che la responsabilità di quanto accade è circoscrivibile e ascrivibile a singoli individui. Dire che il malessere nasce da famiglie in difficoltà postula una presa di coscienza collettiva, insieme all’assunzione di precise responsabilità.
Scrive il criminologo Francesco Bruno: «L’importanza della famiglia nella genesi dei comportamenti devianti è ormai un fatto noto in criminologia e in psicologia. Sappiamo bene come gli psicopatici, i tossicodipendenti, i criminali di ogni tipo vengano da famiglie effettivamente disgregate per l’assenza, la morte, l’allontanamento di uno dei genitori o i cui equilibri interni appaiono fortemente compromessi, generando una notevole sofferenza e disagio... In altri termini, la disgregazione della famiglia è un fattore che facilita l’emergere di una situazione deviante».
Se la scienza approda a queste diagnosi, sorge la domanda: a chi torna utile una politica e un giornalismo che fanno della famiglia il loro nemico giurato? Chi ha interesse a smantellarne la tenuta? Non è forse una vetero e perdente cultura marxista l’ispiratrice di tanto scenario, magari venduto come progresso e modernità? Di solito si dice che la storia sia maestra. Sempre che gli alunni abbiano sufficiente testa per apprendere la lezione.
brunofasani@yahoo.it