Quando sotto il fascio brillava la stella di David

«Il podestà ebreo»: il dramma di uno fra i tanti israeliti che avevano creduto nel regime

Con Il podestà ebreo. La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali (Laterza, pagg. VIII-297, euro 18) Ilaria Pavan ci narra la storia dell’unico figlio di Davide (amico fraterno di Italo Balbo) che nell’Italia fascista fu chiamato a ricoprire un ufficio pubblico così rilevante e ad amministrare la città di Ferrara dal 1926 al 1934, fino a quando l’incipiente campagna antiebraica lo costrinse ad abbandonare quell’incarico per entrare, di lì a pochi anni, nel tunnel angoscioso della persecuzione razziale.
È uno studio che presenta nuovi interrogativi su quelli che furono i reali rapporti tra il Fascio littorio e la Stella di Davide, ponendosi sulla linea di continuità del grande libro di Renzo De Felice del 1961 dedicato appunto alla storia degli ebrei italiani durante il fascismo, che non poche polemiche suscitò al suo apparire. Se Franco Venturi ne aveva lodato «l’ampiezza e la profondità dell’indagine», caldeggiandone la pubblicazione presso Einaudi, Leo Valiani ne stigmatizzava la tesi del «consenso» che anche la comunità israelitica italiana aveva tributato al regime almeno fino all’inizio degli anni Trenta. De Felice sosteneva che molti ebrei avevano fatto parte della cerchia più intima di Mussolini, avevano partecipato alla fondazione dei Fasci di combattimento, figuravano nel martirologio ufficiale della «rivoluzione fascista» e, se nella prima metà degli anni Venti l’avanzata, anche in Italia, del sionismo era stata percepita come un’opposizione latente al fascismo, a partire dal 1926 i rapporti avevano registrato continui miglioramenti e si erano attestati sul bello stabile all’inizio del nuovo decennio. Secondo Valiani, invece, «la maggioranza degli ebrei era politicamente a sinistra», mentre gli antisemiti si ritrovavano «salvo pochissime eccezioni all’estrema destra, e ne formavano anzi la sola forza popolare permanente».
Si trattava di una falsificazione che De Felice avrebbe sepolto sotto il peso di nuove testimonianze. Nei primi anni Ottanta, lo storico intratteneva un nutrito carteggio con il fisico ebreo Emilio Segrè, dove veniva tratteggiato l’atteggiamento di sostanziale favore, e tutt’al più di indifferenza, che il mondo borghese e intellettuale ebraico aveva riservato al regime di Mussolini fino alla guerra di Spagna. Nella lunga lettera, fino ad ora inedita, che l’ormai invecchiato «ragazzo di via Panisperna» inviava a De Felice nel gennaio 1983, era delineata la fisionomia della sua famiglia d’origine equamente divisa tra fascisti, afascisti e antifascisti, nella quale albergava perfino la poca considerazione, mista a disprezzo, per la vecchia classe politica liberale e le nuove leve dell’opposizione al regime. La storia degli ebrei italiani nei loro rapporti con il regime e con l’opinione pubblica nazionale era stata, infatti, storia composita e articolata, ricca di luci e di ombre, che male si prestava ad un’interpretazione rigida e strumentale. E fu grande merito di De Felice l’aver rivelato la complessità di questa materia.
Merito che oggi gli viene contestato, forse troppo sbrigativamente, come accade proprio nel volume della Pavan e nella postfazione di Alberto Cavaglion, dove si criticano le considerazioni limitative sull’antisemitismo fascista, sulla sua natura «tollerante», sulla sua consistenza, sul suo tardivo e incompleto affermarsi. Sono confutazioni tali da non indebolire l’analisi di De Felice nel suo complesso, sebbene non è detto che anche le tesi dello storico, «revisionista» per antonomasia, non possano essere sottoposte a revisione, almeno in qualche dettaglio.
De Felice ricordava, tra i pochi casi di manifesta opposizione alle leggi razziali, quello di Marinetti, che sulla rivista da lui diretta, Artecrazia, faceva pubblicare nel 1938 un fondo anonimo che stigmatizzava l’idiozia dell’antisemitismo e dei suoi proseliti e dove si domandava se, con l’espressione di «internazionale giudaica antifascista» si intendesse veramente parlare delle poche decine di migliaia di ebrei italiani che Mussolini aveva ripetutamente affermato non «costituire e non aver mai costituito un pericolo per noi». Dopo l’inizio del conflitto, però, Marinetti mutava radicalmente le sue idee. Nel 1942 il periodico Mediterraneo Futurista, di cui il letterato risultava essere «animatore e primo collaboratore», pubblicava ampi stralci del famoso libello antisemita I Protocolli degli anziani di Sion, lodava le imprese di Tito che aveva distrutto il tempio di Gerusalemme, dimostrando l’inconciliabilità tra ebraismo e «romanità», e invitava perentoriamente a sottomettere tutti i cittadini di razza ebraica al lavoro coatto.
Nel mese di agosto, la rivista salutava con grande enfasi la partenza di Marinetti, come volontario, per il fronte russo, dove il poeta si recava per partecipare personalmente al «trionfo delle forze futuriste delle giovani nazioni sul passatismo cieco e reazionario dei popoli morfinizzati dall’ebraismo». Contro Ardengo Soffici, che aveva sottolineato il «carattere ebraizzante» del futurismo e il suo collegamento oggettivo col «bolscevismo», veniva rivendicato il temperamento squisitamente «ariano, italico e latino» di quella manifestazione artistica e la sua antica identificazione con il fascismo, «per essersi da sempre posto agli ordini di Mussolini e per non aver mai defezionato dal suo posto di battaglia».
La discesa in campo del profeta del futurismo contro le nuove incarnazioni della «perfidia ebraica» si aggiungeva, era del tutto coerente, quindi, con l’ispirazione di un movimento intellettuale che se in altri Paesi era stato strumentalizzato dalle «oscure forze giudaiche», in Italia aveva mantenuto integra la sua fisionomia e ora era chiamato a debellare, nel giudaismo, la «peste dell’umanità», contro la quale «finalmente combattono sul fronte russo i popoli di razza ariana, affraternati dalla gigantesca lotta purificatrice».
eugeniodirienzo@tiscali.it