Quanta ipocrisia sul fumo a Hollywood

E pensare, caro Paolo, che una volta - come ricorda Walter Matthau in un vecchio film - la pubblicità alle sigarette la facevano i medici!


E invece adesso - a questo ti riferivi, vero, caro Mauro? - Hollywood ha decretato che se in un film compare una sigaretta il film medesimo deve essere vietato ai minori di diciotto anni. Non dico le tette, che quelle ormai sono inflazionate per quante ne compaiono sullo schermo, ma una bella coltellata al cuore o alla carotide, un cervello che si spappola sotto i colpi di una mazza da baseball, il tizio o la tizia che si bucano, che si «fanno» di eroina, quegli altri che s’attaccano alla bottiglia inciuccandosi come bestie, son cose che possono vedere anche i bambini. Dell’asilo. Probabilmente perché risultano educative. Rendono migliori. Se però un attore e anche se interpreta Yanez, quello di Salgari, quello che si accendeva sempre «l’ennesima» sigaretta, se l’accende, la sigaretta, no: la tremenda immagine potrebbe turbare, potrebbe traviare e magari dannare creature che tuttavia escono incolumi dal più sanguinolento dei film splatter.
Lo so, lo so, fumare fa male. Concedo, pro bono pacis, che faccia male anche il fumo passivo. Giungo al punto di ammettere che perfino la semplice vista di un pacchetto di Gitanes papier mais, sempre che se ne producono ancora, bene non fa. Ma ciò detto, non è un po’ esagerato e forse anche sconsiderato eleggere il fumo a male dei mali? Giungendo a vietarne la vista ai minori nelle finzioni cinematografiche? La tubercolosi torna a uccidere e, stando all’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, ne uccide più della nicotina. Anche la vecchia cara polmonite è tornata a darsi un gran da fare menando stragi. Che si fa, si vietano ai minori di diciotto anni i film dove l’eroina tossisce senza mettersi la mano davanti alla bocca o dove l’eroe non indossa la maglia di lana?
Paolo Granzotto