Ma quante «pose» ha il filosofo?

Statue, vasi e affreschi raccontano l’immagine della cultura

Nica Fiori

«Taccio, mi esprimo soltanto con il palmo della mano che incanta il cuore: con il gesto parla il mio eloquente silenzio». Così si manifesta Polimnia in un epigramma dell’Antologia Palatina, in cui le nove Muse vengono presentate al lettore. È lei la Musa che accoglie il visitatore nella mostra Musa pensosa, l’immagine dell’intellettuale nell’antichità, inaugurata ieri negli spazi dell’anfiteatro Flavio dal ministro per i Beni e le Attività culturali Rocco Buttiglione e dal sovrintendente archeologico di Roma Angelo Bottini. Fino al 20 agosto più di quaranta capolavori scultorei, oltre a importanti vasi attici, affreschi e mosaici, illustrano il tema del rapporto che lega l’uomo di cultura alle nove figlie di Zeus e Mnemosine, che incarnano ogni ramo del sapere. Da Calliope, musa della poesia epica, ad Euterpe ed Erato, ispiratrici della lirica monodica e della lirica corale, da Melpomene e Talia, rispettivamente protettrici della tragedia e della commedia, a Tersicore, musa della danza, a Clio e Urania, protettrici della storia e dell’astronomia, per arrivare infine a Polimnia, la silenziosa musa del pensiero. Al contrario delle altre Muse, che per antonomasia cantano, lei è raffigurata con il palmo della mano sotto il mento in atteggiamento sognante e malinconico, nella splendida statua del II secolo dopo Cristo (copia romana di un originale ellenistico, conservata nella Centrale Montemartini), che esprime pienamente il pathos e la malinconia tipici degli intellettuali, sempre scontenti della vita che fanno.
Gli uomini di cultura, soprattutto poeti, scrittori, filosofi, oratori, così come li vediamo nelle opere che ci sono pervenute, si differenziano dagli uomini politici e dagli strateghi proprio per il loro atteggiamento «ispirato». Oltre alle Muse, responsabili di questa ispirazione sono Apollo e Dioniso.
Plinio racconta che non si soleva raffigurare l’effigie umana, se non per coloro che avevano meritato l’immortalità per illustri ragioni e i poeti, come già faceva notare Saffo, vivevano in eterno grazie ai loro versi. La stessa Saffo è raffigurata in un celebre affresco di Pompei e in un vaso a figure rosse da Agrigento (ma attualmente conservato a Monaco di Baviera), che la ritrae insieme ad Alceo, l’altro grande lirico di Mitilene. Il più immortale di tutti i poeti era il grande Omero, riconoscibile facilmente dagli occhi chiusi, per via della tradizione che lo voleva cieco (forse perché era cieco il suo cantore Demodoco nell’Odissea). Molto raffigurati nel mondo greco erano anche i tragediografi, come Eschilo, Sofocle ed Euripide, e, in ambito latino, Virgilio.
È interessante vedere come la ritrattistica si evolve nel tempo, partendo dai primi tipi convenzionali. Inizialmente si hanno ritratti idealizzati ed è possibile riconoscere il personaggio da alcuni attributi caratteristici. Tra i filosofi, Platone è visto come il buon cittadino, il filosofo cinico è scarmigliato e provocatore, mentre l’epicureo è calmo e solenne, perché ha raggiunto la pace interiore.
Socrate ha le fattezze decisamente brutte, che ricordano un vecchio Sileno. Questo perché è il filosofo stesso a definirsi in questo modo, ma il tutto viene accentuato dall’Atene dell’epoca, che, ritenendolo pericoloso per la comunità, lo condannò a morte. Un bel mosaico di Pompei (ora nel Museo archeologico di Napoli) raffigura una riunione di filosofi, non a caso sette come i Sette Sapienti, disposti intorno a un albero sotto un’altura, in cui si è voluta riconoscere l’Acropoli di Atene. Anche Cristo, in una statuina che lo raffigura come docente con fattezze apollinee, deve molto all’iconografia classica dell’intellettuale.
Orario: tutti i giorni 8.30-17. Info: 06.39967700.