«Quante volte ci stracciò in faccia le ricerche»

Assunto Quadrio, professore emerito di Psicologia sociale dell’Università Cattolica di Milano, è stato fra gli ultimi allievi di padre Agostino Gemelli. Ha un ricordo vivido del magistero di questo francescano che amava la scienza e la psicologia.
Professor Quadrio, come ha conosciuto padre Gemelli?
«Avevo iniziato la specializzazione in Medicina del lavoro. Padre Gemelli ci insegnava Psicologia del lavoro. Ne rimasi subito colpito».
Una folgorazione...
«Non proprio. Io avevo fatto il liceo al Parini e due miei insegnanti, Giorgio Zunini e Cesare Musatti, mi avevano già parlato dell’eccezionalità del personaggio. La mia fortuna fu che mi ero occupato già di ricerche sul sistema nervoso. A Gemelli interessava molto quell’ambito di studio e mi chiamo, agli inizi del ’56, nel suo gruppo di lavoro».
Com’era Gemelli visto da vicino?
«Era un uomo che lasciava il segno. Aveva un gran rispetto per le scienze biologiche e, per certi versi, era un anticonformista. Da un lato dava grande fiducia ai suoi allievi, anche se erano giovanissimi, dall’altro diceva ciò che pensava, senza mezzi termini. Era capace di mandarti a un convegno internazionale importantissimo come di stracciarti davanti una ricerca dicendo che non valeva niente».
Attenzione al risultato quindi...
«Era molto milanese, in questo, non gli importava della forma. Diceva: “Non basta essere efficienti, bisogna essere efficaci”. Ed era milanese anche nell’arrabbiarsi: passava rapidamente al dialetto».
Cosa lo faceva arrabbiare di più?
«Non sopportava quelli che si lamentano. I lamentoni proprio non li digeriva, gli diceva, in dialetto, che erano una “pivida”. Non conosco esattamente il significato della parola, ma non era un complimento. Del resto Gemelli, già anziano e in carrozzella, era capace di presentarsi all’istituto di ricerca con la febbre alta pur di esaminare i nostri lavori. È stato pieno di energia sino alla fine...».
Come affrontava la malattia?
«La accettava con disinvoltura, ma anche con un certo senso di ribellione. Era buffo il suo modo di svicolare dalle cure, dalle iniezioni, dalle prescrizioni mediche. Noi cercavamo di stargli vicini, facevamo i turni per non lasciarlo solo. E lui alla fine ci lasciava fare».
E del Gemelli psicologo e scienziato, cosa mi dice?
«Credo che uno dei suoi più grandi meriti sia stato aver elaborato una concezione “personalistica”. Rifiutò i riduzionismi per riscoprire il senso di responsabilità dell’individuo. È stato un approccio anticipatore e originale. Ha anche capito che la percezione non è un fatto automatico, ma è legata a un intervento attivo dell’individuo. In questo senso è stato un precursore del cognitivismo».
Si può parlare di Gemelli come di un materialista cattolico?
«Per dare una risposta precisa servirebbe un filosofo. Io posso dirle che aveva spiccato il senso della realtà e del sociale. Quelli erano gli anni in cui iniziava il boom economico e lui capì che le nuove tecnologie avrebbero avuto ripercussioni sulla vita della gente. Ci diceva: “ricordatevi che le vostre ricerche hanno una ricaduta”».
Un piccolo ricordo personale?
«Quando finii la specialità, andai da lui a chiedergli: “Adesso cosa faccio?”. Mi rispose: “Se vuoi imparare a fare, studia bene l’inglese e vai in America; se vuoi capire il senso di ciò che fai, impara il tedesco e vai in Germania”».