Quanto è bello scrivere e riscrivere le storie degli altri

Tecnicamente si chiamano, almeno per quelli che masticano l’inglese, spin off, e il critico intelligentone, ne discetta spiegando che il termine (traducibile, impropriamente, con derivativo o derivato, ma che alla lettera significa «ruotato via, spinto al di fuori di fuori») indica un’opera o serie letteraria, ricavata da elementi di sfondo da una serie o di un’opera precedente. Più prosaicamente si potrebbe dire che in letteratura, come nei fumetti e nel cinema, si fa come con il maiale: non si butta via niente. Soprattutto quando capita che qualcuno si inventi una storia bella bella, con tantissimi personaggi. Così ben riuscita che uno dei suoi personaggi minori finisce per piacere al pubblico oltre le previsioni. Oppure che qualche altro letterato ci veda delle potenzialità non sfruttate a pieno e parta da lì per costruirci una storia.
L’esempio più classico potrebbe essere l’Eneide. Enea era uno di quei personaggi che Omero (chiunque sia e ammesso che sia esistito) aveva posizionato sullo sfondo. Non fa molto di più che prenderle da Diomede mentre tenta di impedire che gli Achei si impossessino del cadavere di Pandaro (altra comparsa) o rischiare di farsi accoppare dalla lancia di Achille piè veloce. Eppure Omero ne parla bene e, soprattutto, lo fa arrivare vivo alla fine della sua narrazione. Quanto bastò alla famiglia Giulio-Claudia per utilizzarlo come avo nobile e a Publio Virgilio Marone per trasformarlo nell’eroe della sua epopea.
E se la prassi dello spin off, molto prima che qualcuno si prendesse la briga di definirla, piaceva agli autori classici nel medioevo e nell’umanesimo è diventata una prassi più che diffusa. Il caso più clamoroso è la saga degli eroi della tavola rotonda trasformata in best seller per castellani e imbecillotti da torneo ad opera di Goffredo di Monmouth con il titolo Historia Regum Britanniae. Il successo fu tale che tutti si misero a pescare, a scrivere a portare in primo piano eroi minori. Iniziarono scrittori quasi coevi come Robert de Boron, che scrisse la sua versione concentrandosi sul personaggio di Merlino e scrivendo un poema in versi su Giovanni d’Arimatea (quello del santo graal), per arrivare a Thomas Mallory che nel suo quattrocentesco le Morte d’Arthur ingigantisce la figura di Gareth fratello di Gawain. E se nessuno di questi personaggi vi è noto non preoccupatevi semplicemente voi vi ricordate una storia che è frutto di spin off successivi, tant’è che siete convinti che caliburn si chiami excalibur. E fare lo stesso discorso su quello che Ariosto ha fatto ai personaggi del Boiardo nel suo Orlando Furioso sarebbe troppo facile. Il fenomeno è diventato poi esponenziale nella contemporaneità dove però bisogna stare attenti alla violazione dei diritti e delle proprietà intellettuali. La soluzione vera? Fare quello che ha fatto Louisa May Alcott già nell’Ottocento (è l’autrice del filone che parte con piccole donne). Lo spin off basta farselo da soli con i propri personaggi.