Quattro italiani su cinque hanno sofferto almeno una volta di intensi dolori alla colonna vertebrale Il calore contro la lombalgia Assietti: «L’elettroterapia intradiscale garantisce risultati positivi in oltre 80 casi su cento»

Poche persone non hanno mai sofferto di mal di schiena. Dolori cervicali e lombalgie colpiscono, almeno una volta nella vita, i quattro quinti della popolazione dai 30 ai 50 anni. Nella maggior parte dei casi si tratta di episodi occasionali che passano con il riposo o con la terapia medica, spesso limitata alla somministrazione di normali antinfiammatori. Molto spesso possono rivelarsi utili anche le manipolazioni di un fisioterapista. Quando il mal di schiena diventa cronico, cioè non abbandona quasi mai si deve ricorrere alla chirurgia tradizionale o a quegli specialisti che in questi ultimi anni hanno messo a punto nuove tecniche mininvasive che sono sicure ed offrono grandi risultati. Fortunatamente sono rari i casi in cui il mal di schiena deriva da forme neoplastiche, infettive o da deformità congenite. Parliamo delle nuove metodiche con il dottor Roberto Assietti, neochirurgo (è nato a Pavia nel 1959), esperto nel trattamento spinale per cutaneo, consulente dello Spine center del Centro diagnostico italiano di Milano.
«Una grande opportunità è oggi fornita dalle nuove tecniche mininvasive, assolutamente non aggressive ed eseguibili in regime di “day hospital”», spiega il dottor Roberto Assietti (roberto.assietti@fastwebnet.it).
«Per le patologie gravi ci sono valide tecniche chirurgiche ampiamente sperimentate ma per la gran parte delle persone che accusano mal di schiena le procedure non invasive possono essere risolutive sia nel caso delle fratture vertebrali osteoporotiche, tipiche dell’anziano, dolorose ed in grande aumento, sia nel trattamento delle infiammazioni delle articolazioni vertebrali. Con la vertebroplastica, eseguita in anestesia locale, si introduce all’interno delle vertebre del cemento acrilico che, nel 90% dei casi, porta a risultati eccellenti in termini di qualità della vita. Negli ultimi anni la chirurgia mininvasiva si è sviluppata trovando crescenti applicazioni sia per il trattamento dell’ernia del disco, sia nella cura della lombalgia cronica. Neurochirurghi, ortopedici, specialisti nella terapia del dolore ricorrono a questa nuova metodica. Con il calore si può ottenere nell’80-85% dei casi la regressione del dolore o la sua scomparsa». In cosa consiste questa metodica? «Attraverso lo spazio intervertebrale – precisa Assietti - si introducono sonde sottilissime che erogano energia termica alle aree da trattare (il disco intervertebrale o le faccette articolari). Gli effetti provocati possono essere la coagulazione dei tessuti (principalmente collagene) e il loro restringimento, oppure la termolesione dei nocicettori, terminazioni nervose che trasmettono al cervello la sensazione di dolore. Questa metodica è impiegata quando si ha una infiammazione del disco intervertebrale, che è una specie di cuscinetto collocato tra una vertebra e l’altra con il compito di ammortizzare il peso della colonna. Dopo i 30-40 anni, il disco comincia a perdere elasticità, disidratandosi e irrigidendosi. Il primo stadio della malattia del disco è un disturbo di tipo “degenerativo”. Il nucleo centrale perde pressione idrostatica, mentre nella parete dell’“anulus”, cioè quella periferica del disco, si producono strappi e fessurazioni e si infiammano le piccole terminazioni nervose responsabili della percezione dolorosa. Con la tecnica della elettroterapia intradiscale si impiega una sonda che eroga calore soltanto alla parte esterna, degenerata del disco. Nel secondo stadio si determina una migrazione di materiale del nucleo polposo verso l’esterno, generando una piccola erniazione che preme sulla radice nervosa. In questo caso si applica la metodica di decompressione termica focalizzata: con una sonda si raggiunge la protrusione decomprimendo solo l’area interessata. In tal modo si provocherà una contrazione dell’ernia e la riduzione del dolore irradiato. Questa metodica è impiegata anche nel trattamento della “sindrome delle faccette articolari”». L’intervento è effettuato in anestesia locale e non dura più di 20-25 minuti. Il paziente necessita di qualche giorno di riposo, poi di un ciclo di fisioterapia.