"Quattro proposte per svegliare l’Italia"

Intervista con Roger Abravanel, l'ex manager della McKinsey, sulle prospettive del nostro Paese: "La produttività Usa è cresciuta negli anni '80 grazie alla concorrenza. Da noi no"

Mantova - «L’Italia un sistema meritocratico? Per carità!». Roger Abravanel, classe 1946, nato in Libia ma italiano, a lungo dirigente della società di consulenza aziendale McKinsey, ha le idee precise. «La meritocrazia è un sistema di valori che promuove l’eccellenza indipendentemente dalla provenienza di un individuo. Per provenienza s’intende un’etnia o un partito politico, ma in Italia fondamentalmente è la famiglia».

E in Italia la classe dirigente non è all’altezza delle sue funzioni?
«No, perché non è meritocratica, essendo legata a queste tradizioni familistiche e corporative».

Il ministro Brunetta vuole cominciare con il licenziare i fannulloni dalla Pubblica amministrazione...
«La questione non è solo questa. Fra due settimane ne parleremo a un convegno. Ma il problema semmai è un altro: selezionare i migliori. L’essenza della società dello sviluppo è le risorse umane. Non bastano le punizioni o pochi incentivi. Bisogna ridare passione e orgoglio alle persone. Si comincia col creare una classe dirigente eccellente».

Allora da dove cominciamo?
«Dalla mobilità sociale: le aziende devono passare di mano a chi le sa gestire».

Ma è una rivoluzione!
«Sì. È un’idea rivoluzionaria nata ad Harvard cento anni fa. James Bryant Conant, creatore del sistema di selezione alle università Sat, sosteneva: “La vera democrazia richiede un processo in base al quale potere e ricchezze vengono automaticamente redistribuiti alla fine di ogni generazione grazie al sistema educativo”. Potremmo cominciare anche in Italia con un sistema di test d’accesso credibili alle università. Un sistema non truccato, come quelli di oggi».

Siamo sicuri che i test possano essere attendibili per tutti?
«No, non è detto che chi ha i risultati migliori riuscirà necessariamente nella vita. Si valutano le capacità di interagire, l’intelligenza detta emotiva, la capacità di ragionare. E gli incentivi. Se non ci sono le opportunità, se l’impegno non paga perché ci sono le raccomandazioni, siamo daccapo. Qui ci vuole il libero mercato».

Ma come si può misurare con precisione le capacità di un individuo?
«Ci sono istituzioni di eccellenza che sviluppano l’intelligenza emotiva. Nella società in cui lavoravo io, per assumere 1600 persone si valutavano un milione di proposte. E ciononostante alcuni fallivano lo stesso. Però se uno non ha certe doti, non può aspirare a certe posizioni».

Perché la meritocrazia è così importante?
«Perché senza, l’economia non cresce. Un esempio. In Italia nel 1980 la Farmitalia Carlo Erba aveva l’80 per cento di quota di mercato nella ricerca oncologica mondiale. Oggi non esiste più, per una questione di azionariato. Nel mondo delle imprese bisogna meritarsi la proprietà delle imprese».

La Fiat?
«Il principio della meritocrazia è la concorrenza, ma alla Fiat c’è stato per venticinque anni un patto fra Confindustria, sindacati e Stato per proteggerla. Poi, con la globalizzazione, tutto è cambiato e adesso speriamo in meglio. Lo Stato deve pensare ai cittadini, ai consumatori, non ai produttori. In Italia, ci sono troppe lobby di origine familiare, come la Confcommercio. La produttività americana si è sviluppata negli anni Ottanta per la concorrenza di Wal-Mart che faceva chiudere negozi minori. In Italia non avrebbe potuto. Poi: l’evasione fiscale è un male perché falsa la concorrenza».

Lei sostiene che anche i test scolastici italiani rivelano disuguaglianze profonde.
«Sì. Prendiamo i cosiddetti Pisa, che si fanno intorno ai 15 anni. Confrontando i risultati fra il Nord e il Centro-Sud si hanno differenze enormi. I voti degli insegnanti sono quasi uguali, ma i risultati degli studenti, al Centro-Sud è molto più basso! Il contesto economico e socioculturale non premia l’impegno nello studio. C’è bisogno di insegnanti migliori o metà della popolazione è discriminata, non ha pari opportunità. E anche la sinistra ha paura di questo. Preferisce l’appiattimento, l’egualitarismo. L’ho detto al convegno del Partito democratico: l’Italia è una tra le società più diseguali al mondo, ma è anche socialmente immobile».

Ne deve parlare con il ministro Gelmini...
«Già fatto. Le ho indicato il modello inglese di Tony Blair. Ha funzionato. Ma in Italia non abbiamo le destre liberali alla Margaret Thatcher. E le sinistre se ne sono fregate delle pari opportunità, non fanno ricerche sulla mobilità sociale».

Lei avanza quattro proposte di soluzioni meritocratiche. Ce le spiega?
«Prima: le delivery units, cioè scegliere giovani eccellenti che raggiungono risultati in campi precisi e tangibili. Consegnare ai cittadini dei miglioramenti. Per esempio: riduzione dei tempi della giustizia civile. O miglioramento dei test scolastici ecc.».

Chi decide?
«In Italia, il presidente del Consiglio, con l’aiuto dei ministri. Dovrebbe andare da ciascuno di loro e dire: voglio vedere risultati misurabili».

Seconda proposta?
«Il sistema educativo. Far emergere università d’eccellenza. E migliorare a breve le scuole del Sud».

Terza?
«Creare un’Authority sulla liberalizzazione per i servizi locali, che sono il 60 per cento della nostra economia. Non lasciare decidere alle lobby locali. Questo dovrebbe avvenire su impulso del ministero dello Sviluppo economico».

Quarta proposta?
«Attribuire il 40 per cento dei consiglieri d’amministrazione delle società quotate alle donne. Non c’entra con le quote rosa. Non lo facciamo per le donne, ma per le società. Le aziende che hanno donne al vertice crescono e guadagnano di più».

Le faccio una domanda di sinistra: non rischiamo di lasciare indietro i più deboli?
«No, perché il sistema meritocratico con una classe dirigente eccellente è anche quello che conosce meglio la solidarietà. L’esempio sono le società scandinave. La base determina chi guida».