Quattrocento: una primavera razionalista

Cosmè Tura, Piero della Francesca, Carpaccio e Botticelli spazzano via i preziosismi tardogotici in nome di una nuova visione della realtà

Il Quattrocento esplode in Italia come una tumultuosa primavera fiorita e si innesta sul tardogotico, uno stile venuto dal nord, che nei suoi mille preziosismi contiene germi di modernità. Ma per trasformare quei motivi fluenti e quasi leziosi in opere robuste e originali ci volevano grandi artisti. E, per fortuna, ce n'erano: basta pensare al ferrarese Cosmè Tura (1430 circa-1495), uno dei più grandi maestri della pittura italiana ed europea. Tura si impossessa di quelle linee arrovellate e contorte e le trasforma in levigate e lucenti lamine smaltate. Le lavora come metallo nella sua infuocata fucina di pittura. Il risultato sono volti di Madonne rugosi e segnati, angeli ridenti simili a nani e buffoni, Cristi addolorati, aspri ed allucinati. Creati con un linguaggio nuovo, di grande impatto, iperrealistico, contaminato dalla lezione padovana di Squarcione e Mantegna, dagli esempi scultorei di Donatello in terra veneta, dall’espressionismo degli artisti nordici presenti nella colta Ferrara. Una città spregiudicata, dove Tura lavora alla corte splendida degli Estensi. Le sue opere, come la Pietà del Museo Correr di Venezia, le Muse di Belfiore, il Polittico Roverella faranno scuola per tutto il Quattrocento.
Dalle radici del gotico nasce anche l’arte del veneziano Vittore Carpaccio (1465 circa-1526), un incantatore colto e di estrema finezza che, nei grandi teleri delle confraternite, immortala le ultime scintille del mondo cortese e cavalleresco. Le Storie di Sant’Orsola, di Santo Stefano o di altri santi, dipinte a olio su grandi tele, ripercorrono vita, miracoli, martirii, raccontati da antiche fonti. Inserite in scenari fiabeschi, sono dipinte con la precisione di un fiammingo. E, pur svolgendosi in lontani paesi d’Oriente o d’Occidente, conducono sempre nella Venezia quattrocentesca, riconoscibile in ogni angolo. Il ponte di Rialto, ad esempio, nel Miracolo dell’indemoniato, è proprio quello vero, a quell’epoca ancora costruito in legno.
Dalle preziosità di luce e colore tardogotiche di Beato Angelico e Domenico Veneziano prende le mosse la pittura del toscano Piero della Francesca (1415/1420-1492) che, sotto l’influenza dell’ambiente umanistico fiorentino, elabora una pittura armonica, razionale, fatta di solidi volumi e rigorose prospettive. La Leggenda della Vera Croce, affrescata sui muri della chiesa di San Francesco ad Arezzo, è una stupenda favola tradotta nel nuovo linguaggio del Rinascimento fiorentino. Un linguaggio che riprende, dopo il gotico, il classicismo di Giotto e Masaccio, continuatori geniali della romanità nel Trecento e nel Quattrocento.
Su questa linea, intrisa di sofisticato intellettualismo, si svolgerà la pittura del più giovane Sandro Botticelli (1445-1510), un altro famoso fiorentino, che alle fluidità lineari di maestri come Pollaiolo e Filippo Lippi unirà una forte consistenza delle forme e un deciso equilibrio spaziale, creando composizioni ricche di tensione fantastica. La famosa Primavera degli Uffizi, realizzata nel 1478 per Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, è la testimonianza lampante di come il gotico fiorito si sia trasformato in Rinascimento.
Ed anche laggiù, in Sicilia e nel napoletano, ci sono eccezionali artisti che interpretano le ultime cadenze gotiche provenzali, spagnole, fiamminghe con tempra virile, spazzando via ghirigori e dolcezze per forme pure ed essenziali. Il maggiore? Antonello da Messina (1430 circa-1479)di cui è in atto in questi giorni la grande mostra romana alle Scuderie del Quirinale, che con le sue composizioni innovative, darà una scossa persino ai veneziani.
mtazartes@alice.it