Quegli dèi fanno l’Amore con la Psiche

Psiche, figlia di un re, è la donna più bella del mondo. La sua radiosa bellezza incanta le folle, fino a superare il fascino della stessa Venere. La quale non lo tollera e decide, secondo il costume delle divinità del Pantheon greco, di vendicarsi, di infliggere una punizione inesorabile all’incolpevole mortale. Ma lo stesso figlio di Venere, Eros, detto anche Cupido, o, molto meglio, Amore, l’aitante giovane arciere le cui frecce colpiscono generando folgorazione d’amore, inviato dalla madre a punire Psiche facendola, grazie alla sua saetta, innamorare dell’uomo più spregevole della terra, s’infatua invece all’istante di lei. Sarebbe lungo ripercorre la fiaba, ma basti riassumere che con prodigiosa inventiva racconta l’innamoramento, e poi la dolorosa separazione, e infine il matrimonio in cielo, di Amore e Psiche, vale a dire dell’eros e dell’anima, la pulsione amorosa e l’aura immateriale, spirituale, che convivono nell’uomo. È una delle storie più famose, rivisitate, interpretate, e di straordinaria attualità. Per questo è opportuna la nuova versione proposta dalle edizioni Medusa, ben curata da Daniele Piccini e introdotta da Paolo Lagazzi (testo latino a fronte, pagg. 120, euro 13). L’autore, Apuleio, originario dell’Algeria, dopo gli studi a Cartagine si recò in Grecia, dove aderì a culti iniziatici. Siamo nel II secolo dopo Cristo, Apuleio non è cristiano, ma come quasi tutti gli spiriti della civiltà greca e romana post-omerica non trova soddisfazione nel Pantheon comandato da Zeus, con la sua cieca sottomissione al fato e il buio oltretombale. Appartiene a quella tradizione di grandi intellettuali che si iniziano a riti d’oriente in una prospettiva sapienzale fortemente metafisica, impregnata di platonismo, nel suo caso. Quando mette in scena gli dèi dell’Olimpo, quindi, in questo racconto (perché a mio parere di magico racconto si tratta, più che di fiaba, e infatti incantò Boccaccio), non solo non crede in loro, ma li considera figure mitologiche, letterarie, sulle quali costruisce una formidabile allegoria. Questi dèi, che si devono curare le ali ferite, come uno di noi una gamba lussata, che Zeus multa se disertano la sua assemblea, sono figure mosse dalla straordinaria, genialità inventiva di Apuleio come i personaggi del teatro di Goldoni. Usati come burattini, burattini magici (alludo a Pinocchio, non ai pupi), inscenano una favola filosofica meravigliosa, che può essere letta come diagnosi e terapia per noi, per l’uomo occidentale dal Novecento in poi. Il potere, rappresentato dal Pantheon, e in questo caso dalla bellissima Venere, decreta la punizione di Psiche, poiché la bellezza dell’anima genera scandalo. Ma Eros, Cupido, Amore, il giovane ardente, voglioso e incontinente, incontra in Psiche, nell’anima, una donna diversa da tutte quelle conosciute prima. Per amore di lei disobbedisce agli ordini di sua madre Venere, anziché portarla al supplizio la ama e la rende gravida. Il mondo del mito greco non consente salvezza all’uomo, rispetto al cieco volere degli dèi, qui invece avviene una sorta di catarsi, Giove accetta la relazione tra il dio saettante e la ragazza bellissima, che tramuta in dea, il matrimonio ha luogo, in cielo, col consenso di Venere. Insomma: amore e anima, eros e spirito, trovano la propria realizzazione se ognuno dei due si immedesima nell’altro. Leggere Apuleio, non i consiglieri sentimentali prezzolati, può essere sempre salutare.