Quegli ideali che ci hanno reso democratici

Come tutti sappiamo, la storia dell’Italia unita si è svolta attraverso drammatiche cesure. Schematizzando al massimo si può dividerla in tre periodi: l’Italia liberale e monarchica, l’Italia fascista e monarchica, l’Italia democratica e repubblicana. Ognuna di queste fasi è stata generata da svolte radicali: il Risorgimento è stato una rivoluzione nazionale; il fascismo è nato dalla rottura istituzionale - grazie al «colpo di Stato» del ’22 - con il cinquantennio precedente; la democrazia e la repubblica sono uscite dal travaglio della seconda Guerra mondiale e dal momento traumatico e lacerante della Resistenza.
Soltanto il primo periodo è segnato dalla presenza determinante della classe dirigente liberale, mentre negli altri due questa presenza è sopraffatta dal protagonismo dittatoriale del fascismo e dal posteriore avvento dei partiti di massa, Dc, Pci e Psi. In generale, negli ultimi quarant’anni la storiografia, soprattutto quella di sinistra, ha sanzionato tale oscuramento, relegando in un angolo il ruolo e il peso che i liberali hanno avuto nella lotta ventennale contro il fascismo e nella successiva guerra di liberazione nazionale. Tuttavia negli ultimi tempi sono cominciati a comparire dei lavori di storia volti alla revisione di questo punto di vista del tutto unilaterale.
Rientra in questo ripensamento storiografico un’opera di nuova ricerca e di grande respiro interpretativo: I liberali italiani dall’antifascismo alla repubblica. Si tratta di un volume a più voci che l’editore Rubbettino ha dato alle stampe per cura di Fabio Grassi Orsini (ex diplomatico, già professore ordinario di Storia contemporanea nell'Università di Siena) e di Gerardo Nicolosi (ricercatore di Storia contemporanea nell'Università di Siena). La mole del volume, oltre 800 pagine, dà subito l’idea dell’impegno profuso dagli autori (per l’esattezza 30) e della ricchezza e della varietà dei temi e dei problemi da loro affrontati.
Sono ricostruiti alcuni aspetti fondamentali della storia del liberalismo italiano: dall’opposizione al regime totalitario all’azione politica e militare svolta nel biennio cruciale 1943-1945, dalla genesi della repubblica ai primi tempi del centrismo. Si può accennare qui alla lezione politica e morale di Benedetto Croce e di Giovanni Amendola, all’azione fondamentale di Pizzoni, Cadorna, Arpesani e Merzagora (e molti altri) nel mantenere i rapporti con gli Alleati e la Confindustria durante la Resistenza, alla partecipazione ai governi centristi del dopoguerra, al ruolo nella pubblica istruzione, alla guida determinate di Einaudi per la ricostruzione economica del Paese - guida, ricordiamolo, senza la quale non vi sarebbe stato poi il successivo «miracolo economico» -, all’intervento alla Consulta e alla Costituente nel 1946-47. Momenti, tutti, che condizionano in modo risolutivo il successivo quarantennio della storia italiana.
Il motivo ispiratore di fondo dell’opera è dato dall’idea che i passaggi traumatici avvenuti con la Grande Guerra, con il fascismo e con l’avvento dei partiti di massa non siano stati in grado di annullare, comunque, la benefica eredità lasciataci dal Risorgimento e che questo lascito sia stato decisivo per la costruzione dello Stato repubblicano e democratico.
Ciò spiega soprattutto l’influenza determinate che la cultura liberale ha avuto nella formazione della Carta costituzionale, specialmente per quanto attiene alla prima parte - di gran lunga la più importante - riguardante i diritti e le garanzie fondamentali che la nostra Repubblica conferisce indistintamente a tutti i suoi cittadini. Se oggi viviamo in una democrazia liberale è anche grazie a questa eredità.