Quegli intellettuali fascisti pronti a cambiare casacca

Il tema dei «redenti» cioè degli intellettuali che vissero due volte, una volta da fascisti sotto il fascismo e una volta da antifascisti dopo il fascismo, è sempre attuale. La storia non ignota di tante «conversioni» è stata raccontata da Mirella Serri nel libro I redenti (Corbaccio) e oggi dopo la confessione tardiva dello scrittore tedesco Günter Grass, il quale ha sputato il rospo dicendo di essersi arruolato volontario nelle SS quando aveva 17 anni, Pierluigi Battista ha scritto un nuovo libro sullo stesso tema: Cancellare le tracce (Rizzoli) che racconta il comodo silenzio degli intellettuali italiani dopo il fascismo. Chi fu fascista o ebbe simpatie per Mussolini fece di tutto, appunto, per cancellare le tracce del suo passato e rifarsi una verginità intellettuale da antifascista ante litteram. Bene. Il discorso potrebbe anche chiudersi qua e catalogare i cambi di casacca e di regime come normali miserie umane o nella classica categoria del trasformismo italiano. Invece, il «caso italiano» è un po' diverso dal «caso Grass».
Se proviamo ad aprire un altro libro ora mandato in libreria da Mondadori, Otto milioni di biciclette, scritto da Romano Bracalini, vi leggiamo non solo la vita degli italiani nel Ventennio, ma anche un capitolo dedicato alla vita degli intellettuali che «sempre in cerca di protezione e vanità» aderirono al fascismo, presero la tessera del Pnf, furono membri dell'Accademia d'Italia voluta dal duce fin dal 1926 in sostituzione della vecchia e liberale accademia dei Lincei. Bracalini fa nomi e cognomi e mostra anche lui il meccanismo della cancellazione delle tracce che è il mezzo attraverso il quale gli intellettuali si resero pronti per la redenzione attraverso l'adesione al comunismo. Come dire: da un male all'altro, da un totalitarismo all'altro. Facciamo solo un esempio molto indicativo: Mario Alicata.
Iscritto al Partito fascista e dal 1940 al 1942 assiduo collaboratore di Primato, scriverà poi nella sua nota biografica parlamentare: «Nel 1938 passa all'antifascismo e nel 1940 entra nel partito comunista. Nel 1942 viene deferito al Tribunale Speciale». Ma le date non coincidono. L'anno del suo presunto passaggio alla lotta clandestina, su Roma fascista del 14 gennaio 1940, in un pezzo intitolato «Letteratura di guerra», aveva scritto: «La guerra ritorna ad essere la più elementare e tragica esperienza umana che influisce sulla coscienza, sul gusto, sul costume, sullo stile di vita di quanti, in un Paese, sono autorizzati rappresentanti della sua civiltà letteraria». Non solo. Nel 1941, in realtà non ancora trasmigrato nel Pci, nel libro Avventure e scoperte, recensiva con immutata devozione fascista le più recenti opere letterarie del capo del fascismo con queste parole: «Benito Mussolini: universalmente nota la potenza dell'oratoria. Giornalista geniale, di mordente efficacia, s'è rivelato anche come scrittore di Diario di guerra, libro da leggere tutto, come uno dei più notevoli documenti umani sul grande conflitto mondiale...».
Il fenomeno italiano della cancellazione delle tracce non si spiega solo con la «protezione e la vanità» e con la naturale tendenza italiana al trasformismo, bensì con il modo ambiguo con cui cadde il regime di Mussolini (gli americani ci hanno donato la democrazia, i partiti hanno raccontata la bugia della liberazione, gli italiani hanno finto di credere alla grande bugia) e con la conseguente nascita di un antifascismo illiberale incapace (anche oggi, purtroppo) di fare i conti con il male del XX secolo: il totalitarismo.
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