Quegli storici dalla parte del Papa-Re

Il lussureggiante catalogo dei testi antirisorgimentali s’è arricchito recentemente di due titoli editi da Ares: L’altro Risorgimento di Angela Pellicciari (288 pagine,18 euro) e 1861 - Le due Italie di Massimo Viglione( 424 pagine,20 euro). Pur se con percorsi diversi gli autori affermano le loro verità e approdano a conclusioni in forza delle quali la nascita dello Stato italiano, spogliata d’ogni connotazione nobile, viene ridotta a due aspetti: l’anticlericalismo bieco di chi volle l’Unità, e la malvagità quando non la ferocia degli strumenti dei quali Garibaldi, l’usurpatore sabaudo e la massoneria coalizzati si servirono per assoggettare sia lo Stato pontificio - non retrogrado né malgovernato - sia il prospero e illuminato regno borbonico. Questa impostazione - oggi molto diffusa e fatta propria da un revanscismo confessionale e meridionale - vuole smentire le infami calunnie che una lunga serie di statisti, saggisti e letterati ha rovesciato sul trono e sull’altare: dal famigerato Gladstone, un mentitore secondo cui il dominio dei Borboni era la negazione di Dio, a Massimo D’Azeglio e ad altri.
Non si tratta qui d’una critica del Risorgimento, le cui lacune e le cui ombre hanno da tempo messo in luce gli storici seri, ma della negazione del suo essere stato il fattore creativo, e positivo, dell’Unità. Qualificata quest’ultima come una immane iattura. Alle pagine degli storici seri - che seppero essere impietosi verso il Risorgimento anche se lo consideravano un momento fulgido delle vicende italiane - fanno sovente ricorso sia la Pellicciari sia il Viglione, adattando le citazioni al loro proposito dissacratore.
È curioso che Massimo Viglione lanci un drammatico appello all’onestà storica: «Occorrerebbe raccontare finalmente anche gli aspetti meno brillanti, anche quelli oscuri, del movimento unitario, ricordando che vi furono due guerre civili stragi, errori, persecuzioni, il tentativo di scristianizzare gli italiani». Nulla da eccepire come se non fossimo inondati da pamphlet nostalgici dell’aurea età borbonica e coincidenti, nella polemica antiunitaria, con una pubblicistica leghista di differente segno, ma di analoghi intenti.
Le opinioni dissenzienti devono essere rispettate e meditate. Tuttavia si assiste ad altro: si assiste - almeno così pare a me - al riecheggiare di tesi che furono sostenute dagli apostoli dell’antirisorgimentalismo fondamentalista, padre Bresciani in testa con il suo L’ebreo di Verona. Rifiutati come demoniaci i moti nazionali che caratterizzarono quella stagione europea, vituperato il protestantesimo non solo perché eresia ma perché negazione della verità, indicato come dottrina malefica capace soltanto di generare oppressione il liberalismo, bollate d’indegnità alcune tra le maggiori culture, ignorato il percorso internazionale verso costituzioni più rispettose dei diritti umani...
Cito dal libro di Angela Pellicciari: «I Savoia... diventano fautori dell’ideologia massonica e della religione protestante che apertamente combattono la cultura e la religione nazionali. Grazie a questa scelta strategica che rende il Piemonte docile feudo della cultura inglese, americana, tedesca, di parte del Belgio e dell’imperatore Napoleone III, i Savoia godono dell’appoggio incondizionato dell’una o l’altra di queste potenze e realizzano l’unità d’Italia». Frutto dunque dell’ossequio allo straniero, con oltraggio alla cultura e alla religione nazionali rappresentate dallo Stato della Chiesa e dal reame dei Borboni. Finché si scopre, grazie alla Civiltà cattolica, che «liberalismo e comunismo hanno davvero tanto in comune. Stessa idolatria del pensiero umano, ritenuto capace di ridisegnare la realtà; stessa idolatria del lavoro produttivo (chi non lavora non mangia canteranno i comunisti): stesso ruolo assegnato all’odio come fattore rigeneratore della storia: stessa criminalizzazione dell’avversario...; stessa fede nel fine che giustifica i mezzi». Così Cavour appare come precursore di Stalin, e Benedetto Croce un suo estimatore se non un suo complice.
Confesso d’essere stato piuttosto turbato dalla lettura dei passaggi in cui l’autrice ricorda come nel 1854 il futuro santo don Giovanni Bosco, alla vigilia della presentazione della famosa e famigerata legge piemontese contro i conventi, avesse ammonito Vittorio Emanuele II a non promulgarla. Aveva sognato, spiegò, un valletto vestito di rosso che annunciava: «Gran funerale in Corte». Il progetto di confisca dei beni ecclesiastici procedette, nonostante tutto. Ma - annota la Pellicciari - una serie di gravi lutti colpì la corona. Nel giro di quattro mesi il re perde la madre, la moglie, il fratello e da ultimo il figlio». Secondo un libro del quale don Bosco aveva promosso la pubblicazione «la famiglia di chi ruba a Dio non arriva alla quarta generazione». Il commento de L’altro Risorgimento è lapidario: «I Savoia, Re d’Italia, non sono arrivati alla quarta generazione». Anche questa può essere una tecnica di revisionismo storico. Ma non riesco ad apprezzarla.