Quegli «ussari» sul tetto di Francia

La resurrezione di Morand, la voglia di rivincita di Chardonne, l’indignazione di Nimier. Una galleria di intellettuali schierati «dalla parte sbagliata»

Il ritorno del morto. Si chiama così la commedia che Gustave Flaubert avrebbe voluto scrivere e a cui Paul Morand non fa che pensare. La Seconda guerra mondiale è finita e quello che è stato il più popolare e invidiato scrittore francese degli anni Venti e Trenta si ritrova nei panni scomodi del «proscritto», del «collaborazionista». Vive in Svizzera, i suoi vecchi libri non si ristampano più e quanto ai nuovi è costretto a pubblicarli per editori minori, tiratura e distribuzione mediocre, nessun battage, nessuna eco di stampa. Quando e se citano il suo nome, gli intellettuali alla Jean-Paul Sartre che ora vanno per la maggiore lo liquidano come «scrittore borghese di prima della guerra»... Lui che ha inventato un genere e rivoluzionato uno stile, lui che ha «introdotto il jazz» nella cartesiana lingua della letteratura francese, l’unico, per ammissione di Céline, con una «musica» paragonabile alla sua per timbro e originalità.
Céline, già... Anche l’autore di Viaggio al termine della notte è in quegli anni un «proscritto», un «collaborazionista» a cui la Danimarca ha dato un’ospitalità «pelosa», e quindi quel giudizio che un tempo era un complimento oggi suona come una condanna, meglio non tirarlo fuori, quieta non movere, meglio forse farsi dimenticare, accontentarsi di non averci lasciato la pelle, per propria scelta, per decisione altrui. A Drieu, a Brasillach, in fondo è andata peggio.
E tuttavia sul «ritorno del morto» Morand continua a fantasticare. L’idea della pièce flaubertiana ruotava intorno alla scomparsa di uno scrittore famoso, alla gioia che rivali sconfitti in letteratura e in amore, semplici invidiosi, falsi amici, provano alla notizia: ora che non c’è più, che non può più né difendersi né offendere, ora che non fa più paura si può dare libero sfogo all’odio, alla calunnia, alla maldicenza... Ma al secondo atto lo scrittore ricompare e la gioia si trasforma in costernazione, nel timore di una vendetta, nella consapevolezza del disprezzo che si legge nei suoi occhi. Morand ha sessant’anni ed è così che sogna il suo ritorno sulla scena letteraria di Parigi. Ha solo bisogno che qualcuno creda in lui e lo riporti in vita.
Le soufre et le moisi. La droite littéraire après 1945. Chardonne, Morand et les Hussards (Perrin, pagg. 237, euro 16,50) di François Dufay racconta proprio questo: il «secondo atto», ovvero la resurrezione di uno scrittore. Lo fa attraverso un lavoro di archivio, di testimonianze e di corrispondenze private che ci consegna un inedito ritratto della Repubblica delle lettere francesi nel momento in cui, attenuatosi il fuoco dell’epurazione ideologica e politica e della riprovazione morale pubblica e privata, i giochi si riaprono e ci si accorge che non basta aver vinto per scrivere buoni libri e l’aver perso non significa necessariamente scriverne di brutti.
Una nota polemica di Roger Nimier indirizzata alla giornalista dell’Express Madeleine Chapsal riassume benissimo la questione. «Voi non amate che la sbobba malcotta dei vostri amici, gli esistenzialisti. Provate dunque dei cibi più raffinati, vi educheranno il gusto. Cominciate a leggere Nimier, Marcel Aymé, Céline, Chardonne infine! Naturalmente, abituata al rancio, all’inizio vi sembreranno magri. Ma ci farete l’abitudine». Nimier è il capofila di quelli che verranno definiti «gli ussari», scrittori e giornalisti che in quegli anni Cinquanta hanno intorno ai trent’anni, detestano Sartre e Simone de Beauvoir, «i Bouvard e Pecuchet della Rive Gauche», trovano noiosa la letteratura «impegnata», ce l’hanno con i funzionari di partito che scrivono romanzi, disprezzano le ideologie e puntano tutto sullo stile. Ne fanno parte Michel Déon, François Nourissier, Jacques Laurent, Antoine Blondin: c’è chi morirà giovane, per un incidente di macchina o per eccesso di alcol, chi rimarrà un’eterna promessa, chi arriverà al successo e persino alla Académie française... Tutti o quasi sono orfani di padre: Nimier ha perso il suo a 14 anni, Déon a 13, Nourissier a 8, quello di Blondin è addirittura morto suicida...
Tutti però sono accomunati da molta presunzione, uno stile fiammeggiante, dal gusto per la provocazione e per lo scandalo, da un certo esibizionismo, dal piacere dello scontro. «Ussari», appunto, secondo la definizione di un collega, Bernard Franck, che non li ama e però li rispetta. E come ogni ussaro degno di questo nome, hanno i loro grognards, i veterani da cui hanno imparato a combattere, i veterani per i quali si farebbero uccidere. Paul Morand è fra i grognards preferiti. Poi c’è Chardonne...
Chardonne è l’altra faccia di Morand. È sedentario quanto l’altro è nomade, provinciale e non cosmopolita, calvinista e non pagano, platonico e non libertino. «Amo in Morand il contrario di ciò che io sono» dirà a Jean Paulhan, il guru delle edizioni Gallimard: «di me stesso ne ho abbastanza e detesto i miei parenti o discendenti». Di quattro anni più vecchio, ciò che lo accomuna al brillante amico è l’essere stato anche lui dalla parte sbagliata, anche se in modo meno vistoso, l’aver fatto della scrittura una religione, la secchezza dello stile, il cinismo di chi ritiene di avere una missione artistica da compiere, la voglia di rivincita. È da Chardonne, nella sua casa di campagna, che per primi andranno gli «ussari», è Chardonne che li farà incontrare con Morand e orchestrerà il «ritorno del morto» sulla scena letteraria.
Da Morand i giovani «ussari» imparano l’arte di vivere. Le lettere che egli scambia con loro, le colazioni al Crillon o al Ritz sanno di macchine sportive, biancheria di Charvet, alberghi di Lisbona, isole della Grecia, spiagge di Tangeri, annate di Chateau-Latour e di Roederer rosé. Da Chardonne i giovani «ussari» vanno a scuola di letteratura: l’erudizione è sterminata, il giudizio sicuro, la condanna senza appello. Quello che sia l’uno sia l’altro non si stancano mai di insegnare è la scrittura come impegno quotidiano, la fatica davanti al foglio, il non accontentarsi, il non cedere alle lusinghe del successo, della pubblicazione a tutti i costi. Ciò che entrambi vorrebbero trasmettere è però qualcosa che non si può imparare: il talento.
Nota François Dufay che nel rifiuto dell’engagement, della politica, gli «ussari» giocano sporco... Non è tanto o solo perché i loro due idoli si sono bruciati al fuoco delle ideologie che essi li aborrono e predicano il piacere della scrittura e del romanzo puro, l’indifferenza nei confronti della Storia. È anche perché, chi più chi meno, provengono dallo stesso ambiente, una destra borghese e nazionalista, reazionaria e nostalgica, quella stessa destra che per molti versi Vichy ha dannato in eterno. Come scriverà intelligentemente Bernard Franck «la maggior parte degli scrittori di destra non sono scrittori che prendono in giro la politica o credono che la politica sia un male per la letteratura: in realtà sono le circostanze che li obbligano a comportarsi così». La cosa diverrà più evidente quando, alla fine degli anni Cinquanta, i fatti d’Algeria li vedranno in prima fila, impegnati, arrabbiati, schierati, ovviamente a favore dell’Algeria francese, e bellamente dimentichi di tutto ciò che avevano sino ad allora predicato. Ma non è un caso che questa volta gli «ussari» non troveranno al loro fianco i «veterani»: per Chardonne e Morand la partita si è chiusa nel ’45, hanno perso e non c’è nessun tempo supplementare da giocare. È stata una catastrofe e si possono avere idee politiche solo al passato remoto.
Da questo punto di vista la corrispondenza di quest’ultimi assomiglia a quella dei grandi «centauri», metà giornalisti, metà ideologi, dell’Italia del dopoguerra, gli Ansaldo, i Missiroli, i Longanesi. Orfani del fascismo e di Mussolini, gli resta la diffidenza per la democrazia, l’odio e il disprezzo per i comunisti, la paura per un futuro che non si comprende, la logica del meno peggio. Si ritrovano fuori dalla storia e non sanno più come rientrarvi, o forse non ne hanno più nemmeno voglia. È anche per questo che le loro analisi politiche sono superficiali, velleitarie, quasi sempre sbagliate.
In quella stessa fine degli anni Cinquanta, un primo tentativo di far eleggere Morand all’Académie Française e suggellare così la sua resurrezione, fallisce. «La sua nomina significherebbe la rivincita del collaborazionismo» gli viene fatto sapere e quindi è meglio che ritiri la sua candidatura. Morand fa finta di niente, ma deve abbozzare, Chardonne si indigna. «Andrò a sputare sui loro scranni» dice parlando dei Quaranta immortali che la compongono. Ci vorranno ancora nove anni prima che il veto cada. In fondo de Gaulle non ha mai dimenticato che quando nel ’40 volò a Londra, Morand che era a Londra volò a Vichy... Quanto a quest’ultimo, ha insegnato al proprio cane a sdraiarsi per terra quando lui gli grida «morte a de Gaulle». Ma nel 1969 gli avversari di allora hanno ormai più di ottant’anni e continuando sempre e comunque a scrivere, Morand ha dimostrato che almeno la letteratura non l’ha mai tradita, e dunque... Nel suo diario, un paio d’anni dopo essere finalmente divenuto accademico, scrive: «Rileggo la corrispondenza degli anni ’50-60 e sono colpito da tante lettere amicali (Nimier, Laurent, Déon eccetera). Oggi, pochissime notizie da loro. Mia moglie dice che è l’Accademia ad aver scavato un fossato; io non faccio più parte dei giovani, Nimier non è più là per mettermi davanti, né Chardonne. Resto sul mio scranno dorato, come Tutankamen».