Quei bravi ragazzini di oggi che non vogliono abortire

Qualcosa sta cambiando nelle nuove generazioni? Il tema della gravidanza fra i minorenni diventa il filo rosso che attraversa cinema e letteratura

Chi ha visto al cinema Juno, dove una teenager americana non vuole abortire, ma nemmeno fare la ragazza-madre, può andare in libreria e comprarsi Tutto per una ragazza (Guanda, pagg. 274, 12 euro), dove un teenager inglese si ritrova ad essere padre, ma non per questo vorrebbe diventare adulto. È troppo presto per capire se un film e un romanzo bastino per anticipare una tendenza, o confermare un cambiamento o, più semplicemente, esplorare un nuovo filone, ma resta l’impressione che qualcosa stia cambiando nel costume delle nuove generazioni e vale la pena cercare di capire come e perché.

Juno è un film spiritoso quanto astuto, il cui punto di forza sta nella simpatia della protagonista, Ellen Page, e in una sceneggiatura indovinata quanto a gergo e dialoghi. Tutto per una ragazza è un romanzo di Nick Hornby e il brano che segue rende benissimo lo stile. «“Cos’avete in mente?” domandò il papà di Alicia. Alicia si girò a guardarmi. Mi schiarii la voce. Nessuno fiatò. “Aspetto un bambino” dissi. Mi pare superfluo precisare che non volevo fare lo spiritoso. Il fatto è che la frase mi uscì male. Secondo me perché Alicia mi aveva fatto quella lezioncina sul fatto che da allora in poi avrei dovuto usare sempre il noi. L’avevo presa troppo sul serio... “Cosa ti fa credere di volere un figlio?” disse poi il padre rivolto ad Alicia “Non sei riuscita nemmeno a badare a un pesciolino”. “Quello è stato tre anni fa”. “Sì. Tre anni fa. Allora eri una bambina e sei una bambina anche adesso. Dio mio. È incredibile che stiamo parlando di questo”. “Cos’è successo al pesciolino?” chiesi».

In questo «cos’è successo al pesciolino?» si nasconde il genio di Nick Hornby, perché si tratta sì, come tranquillamente ammette chi l’ha formulata, di «una domanda stupida», ma essa rende perfettamente l’universo mentale di un’età dove la curiosità è selettiva secondo un criterio tutto proprio, le mezze negazioni valgono come affermazioni, le età dai quaranta in su appaiono indistinte e si equivalgono, si vuole crescere, ma non si vuole diventare adulti... Hornby lo esplora con intelligente tenerezza e rende comprensibile quel figlio che spesso agli occhi di un genitore assomiglia più a un marziano che a un essere umano.

Laddove Juno metteva in scena una ragazza, Hornby sceglie un maschio, ma fa vedere come, a meno che quest’ultimo non sia, come direbbe Alicia, «un bastardo», a decidere sia sempre e comunque la femmina. E infatti, che fare? Chiede lui. Cosa faremo ribatte lei. Terrò il bambino dice ancora lei. «Ah. E che fine ha fatto il noi?». Polemizza lui. «Hai appena detto che dovevamo parlare di cosa faremo. E adesso mi dici cosa farai tu». È diverso, spiega lei, «“perché finché il bambino è qui dentro, è parte del mio corpo. Quando uscirà sarà il nostro bambino”. C’era qualcosa che non andava, nelle sue parole, ma non riuscivo a capire cosa...».

Tutto per una ragazza non racconta tanto la paternità al posto della maternità, quanto l’angoscia di fronte alla responsabilità, al futuro, la fine dell’innocenza come condizione mentale. Lo fa con delicatezza e umorismo: «Potrà anche non piacerti dartela a gambe, ma che altro fare? Ecco, io avevo svoltato l’angolo e lì dietro c’era un uomo di Al Qaeda con il mitra, solo che era un neonato e non aveva il mitra, ma, se ci si riflette un momento, nel mio mondo un neonato, anche senza mitra, è come un terrorista con il mitra, perché, rispetto alle possibilità che avevo di andare all’università a studiare arte e design eccetera eccetera, un figlio era letale esattamente quanto un uomo di Al Qaeda. E in realtà Alicia era un altro uomo di Al Qaeda, e così pure sua mamma e suo papà, e così pure mia mamma, perché quando l’avrebbe scoperto mi avrebbe letteralmente ammazzato!».

Nel romanzo il tema dell’aborto è singolarmente rovesciato rispetto a Juno, dove era una pratica dapprima presa in considerazione dalla diretta interessata e poi scartata per il suo rivelarsi troppo simile a una squallida routine. «C’è puzza di studio dentistico» dice la ragazzina, e chi dovrebbe consigliarti lo fa con la stessa sensibilità di un pachiderma... In Tutto per una ragazza, invece, non è chi rimane incinta che vuole, anche solo per un momento, abortire, semmai sono i genitori a consigliare in tal senso, una sorta di cambiamento generazionale per cui quella che fino a ieri era vista come una conquista o almeno una risorsa adesso non interessa più in quanto tale. C’è ovviamente un elemento etico in tutto questo. «“Alice, tesoro” disse la mamma. “Non puoi ancora sapere se vuoi tenerlo o no”. “Sì che lo so. Non voglio uccidere il mio bambino”. “Non uccideresti un bambino. È...” “Ho letto un po’ di cose su Internet. È un bambino”. La mamma di Alicia sospirò. “Chissà cos’hai letto” disse. “Sta’ a sentire. Quelli che scrivono su Internet sono tutti cristiani evangelici e...”. “E anche se sono cristiani evangelici? I fatti sono fatti” rispose Alicia».

Ma oltre a questo elemento c’è anche un aspetto, come dire, edonistico, e quasi di moda, che vale la pena di sottolineare. È come se la società dei consumi avesse paradossalmente inserito nell’elenco dei beni primari anche la procreazione, e più o meno confusamente le nuove generazioni lo avessero avvertito: c’è chi le aiuterà, se ne farà nel caso carico, non le lascerà comunque sole, ed è un qualcosa da esibire, un trofeo, quasi, e non una vergogna o un peso da nascondere e/o sopprimere... La mamma di Sam e i genitori di Alicia sanno, per averlo sperimentato, che la vita è dura e vorrebbero per i loro figli un futuro morbido. Non hanno torto, ma nel loro non voler sorprese, nel senso di responsabilità che secondo loro comporta ogni scelta, c’è qualcosa di sovrumano o di inumano che poi fa a pugni con la vita stessa, i suoi vuoti e i suoi pieni, il suo bene e il suo male. L’impressione, insomma, è che nel suo girare la ruota dei diritti e del «vogliamo tutto» si stia in qualche modo incrociando con quella dei doveri e delle responsabilità, un «io sono mia» che comincia anche a significare una pluralità di soggetti sovrani...

Meno furbo rispetto a Juno, dove tutto comunque si compone e nessuno veramente soffre, Tutto per una ragazza è un romanzo che affronta molti temi, gravi, dolorosi anche, comunque importanti, ma lo fa con la grazia e la levità giuste, uno stile fresco e mai sciatto, un tono scanzonato e mai cinico. Racconta l’adolescenza, con le sue paure, gelosie, esaltazioni, il rapporto fra genitori e figli con le sue incomprensioni, solidarietà, segreti condivisi, quello di coppia, il suo fallimento, la sua resurrezione in un altro duo, e insomma il provarci ancora, sempre, e il non arrendersi mai. Racconta la vita, ovvero quella cosa che nessuno ci può insegnare ma che fino alla fine ci scaldiamo a spiegarla agli altri. Vale la pena di leggerlo. Come genitori. Come figli. Come neo-madri e neo-padri coscienti o involontari...