Quei cartoni tutti da ridere nati da un'infanzia infelice

Gli anni difficili, i viaggi in Europa, gli affari sballati Ritratto di un genio a cinquant'anni dalla morte

Sono le quattro e mezza del mattino. Fa freddo e Walt, undici anni appena compiuti, piange all'angolo di Bellefontaine Avenue: è il 5 dicembre e nessuno, a casa, si ricorderà del suo compleanno. Niente torta e regali: montagne di giornali, invece, da consegnare insieme a Roy, il fratello maggiore. Altrimenti saranno cinghiate sulla schiena perché papà Elias Disney, carpentiere irlandese irascibile e malaticcio che passa da un lavoro all'altro e da una casa all'altra, tratta i figli come dipendenti. È appena riuscito a spuntare un contratto per distribuire il Kansas City Star e ai clienti fa portare anche burro e uova freschi che provengono da una fattoria di Marceline, dove prima abitava la famiglia. È lì, in mezzo ai campi del Missouri, che Walter Walt Disney, nato a Chicago il 5 dicembre 1901, ha cominciato a sognare un mondo di paperi gialli e morbide mucche che lui, ingenuo visionario passato alla storia, avrebbe fatto diventare universalmente noti.

Difficile immaginare che il creatore di Topolino e Paperino, di Dumbo e Bambi e di mille altri personaggi abbia avuto un'infanzia degna di Tom Sawyer. Eppure, proprio in quegli anni di vita infelice, cresce il germoglio delle running gags che ancora divertono i piccoli, dove c'è sempre un pennuto inseguito da una farandola di calci, un topino in fuga, tre porcellini rincorsi da un lupo. Insomma, il mondo cane com'è, ma aggiustato col largo sorriso di Mickey Mouse, da orecchio a orecchio. È tale approccio consolatorio, considerato superficiale dai detrattori postumi, che fa dire a un'attrice come Meryl Streep quanto egli fosse un «bigotto in materia di genere» sessuale. Eppure, il mondo Disney è popolato di zii (Paperone, Paperino) e di eterni fidanzati (Minnie e Topolino, Paperina e Paperino) che mai si sposano, il che è molto moderno. Verrebbe da dire gay friendly, ma i gay ora ambiscono al matrimonio e quindi zio Walt li ha superati a sinistra in epoca non sospetta. Sarà piuttosto perché mamma Flora Call, morta d'asfissia nella casa comprata nel 1938 da Walt con i primi soldi de La bella addormentata nel bosco (la stufa esplose e il figlio ne ricavò un senso di colpa) era una donna anaffettiva, che le madri, nel mondo Disney, non esistono, o muoiono subito, come in Dumbo.

Però zio Walt, deciso a sganciarsi dal padre-padrone allo scoppio della Prima guerra mondiale, tanto da arruolarsi come autista della Croce Rossa a 17 anni, ha soprattutto un merito. Quello di aver svolto un ruolo decisivo nella trasmissione della cultura occidentale, rivitalizzando il repertorio favolistico della vecchia Europa, da Biancaneve a Cenerentola, da Mago Merlino alle favole di Esopo: percorrendo in lungo e in largo la Francia col camion della Croce Rossa, Disney rimase colpito dalla patina dei secoli. E non smise più, da creativo affermato, di viaggiare in Francia, in Inghilterra, in Italia, in Spagna e in Germania, da dove tornava carico di libri illustrati da Gustave Doré e Beatrix Potter, dopo aver visitato il Louvre e la National Gallery.

Finita la Prima guerra mondiale, smarcato dalla famiglia problematica, il giovane Walt trovò un impiego alla Pressmann-Rubin, agenzia pubblicitaria dove chi ci sapeva fare con la matita guadagnava subito. Il concetto di «sogno americano» si avverava sotto i suoi occhi di ragazzo semplice, che aveva fatto soltanto le elementari, per poi pagarsi gli studi all'Accademia di Belle Arti, la mente rivolta ai racconti di Mark Twain e Walter Scott. Di una cosa è sicuro: non sarà mai come suo padre, ma prenderà a modello il papà del suo amico Walter Pfeiffer, uomo gioviale che gli fece scoprire Charlot al cinema. E da quando il cinema esiste, soltanto Charlie Chaplin ha avuto lo stesso successo di Walt Disney.

La svolta arriva con un nuovo impiego alla Kansas City Ad, società che si occupava di animazione: si tratta di ritagliare immagini su carta e farle muovere in sequenza veloce. Insieme all'amico Ub Iwerks, olandese innovatore affascinato quanto lui dai cartoni prodotti a New York con le nuove tecnologie, Walt fa esperimenti in un garage, proprio come, tempo dopo, avrebbero fatto i fondatori di Apple.

Fu nei ruggenti anni Venti che la compagnia Disney cominciò a esistere come «Disney Brothers Studio»: con i soldi di Roy e l'inventiva di Walt e Ub, arriva l'assalto a Hollywood. La testa d'ariete sarà un topo con le orecchie enormi. È Mickey Mouse (nome inventato dalla signora Disney, la colorista Lillian Bounds), protagonista di Steamboat Willie, che diventa virale dopo la prima al Colony Theater di New York, il 18 novembre 1928. Come nelle tipiche storie di Hollywood, la gente non parla d'altro: Topolino diventa un'icona dell'ingenuità americana, che però non si arrende.

Come businessman, Disney era un vero disastro, ma i debiti con la Bank of America non lo spaventavano e nel 1935 decide di lanciarsi in un lungometraggio: chi mai sopporterà gli 80 minuti d'animazione di Biancaneve e i sette nani? Nel dicembre del 1937, il film fa il suo ingresso trionfale: ci sono voluti 2 milioni di dollari per produrlo, ma ne guadagnerà 7, subito investiti in un nuovo studio a Burbank, California. Si stenta a credere che i costosi Pinocchio, Fantasia e Bambi, flop al botteghino dell'epoca, fossero stati concepiti durante la Seconda guerra mondiale, col mercato europeo disinteressato ai cartoni. Però Roy, il fratello provvido che se la vede con le banche, nel 1937 incontra Goebbels a Berlino, per assicurargli la distribuzione di Biancaneve, uno dei film preferiti di Hitler, che amava Topolino soprattutto. Da qui proviene la fama di filonazista affibbiata a Walt, che comunque fu un conservatore, sconvolto dallo sciopero delle sue maestranze, nel 1941: è l'anno in cui Disney realizza disegni animati di propaganda per il governo Usa e pubblicità per le salviette igieniche Kotex, mentre il padre muore. Anni bui per il «Principe Nero di Hollywood», che collabora con l'Fbi nella caccia alle streghe.

Tra alti e bassi, nel 1955 apre Disneyland e Walt diventa finalmente ricco. Lo hanno ricevuto Giorgio V, il Papa e Mussolini; I tre porcellini sono arrivati in Unione Sovietica e la magnifica intesa tra Disney e il suo pubblico viene rinsaldata da Mary Poppins, nel 1964: in quella tata che risolve i problemi col sorriso sulle labbra, c'è tanto di lui. Con la sua morte per cancro ai polmoni, il 15 dicembre 1966, scompare un grande cantore del XX secolo, che ha guidato l'ultima bottega rinascimentale della storia con spirito innovativo tutto americano.