In quei corpi vive un’arte impudente e pagana

Pubblicati i «carnet erotici» dei due grandi pittori. I loro nudi scandalizzarono la Vienna del primo ’900

Nell’autoritratto che, ventenne, dipinge, Egon Schiele è una specie di maschera barbarica, un negro-bianco dagli occhi e dai capelli elettrici... Era bello Schiele, di una bellezza un po’ leziosa da bambino, ma che crescendo gli affinò il volto e gli scarnì il fisico. Una delle sue ultime immagini, scattata in quel 1918 che lo vide morire di febbre «spagnola» a 28 anni appena compiuti, rimanda a un giovane elegante, un fiore all’occhiello, un abito estivo chiaro, le lunghe mani intrecciate in quelle della moglie Edith, la sposa-modella che aveva preso il posto di Wally Neuzil, l’amante-modella che gli aveva fatto conoscere il piacere del corpo femminile, la ragazza cui, seguendo il consiglio di Gustav Klimt, aveva riservato «un trattamento di riguardo»: ritrarla e possederla, esplorarla artisticamente e fisicamente... Era stato allora che a una primitiva attrazione per i corpi maschili si era sostituita questa raffigurazione del corpo femminile spogliato di ogni sia pur minima rotondità e riconsegnato alla scabrosità di fisici androgini in cui il rosso del clitoride si imponeva impudico come la polpa allungata delle conchiglie tigrate di mare.
Non sorprende che, alla stessa età dell’autoritratto prima ricordato, fosse finito in carcere con l’accusa di corruzione di minorenne. Troppo giovane la modella, e troppo nuda, diceva la denuncia che aveva provocato l’arresto... Sulla nudità, c’era poco da eccepire, ma da che mondo è mondo, aveva protestato il giovane pittore, il nudo artistico non è reato. Quanto all’età, non era vero niente e il magistrato aveva dovuto ritirare l’imputazione. Nel corso dell’arresto, tuttavia, i poliziotti si erano imbattuti in un disegno appeso nella camera da letto del suo studio, «a colori, l’immagine di una ragazza vestita solo dalla vita in su» diceva il verbale del sequestro. Si trattava di un soggetto pornografico, aveva deciso il giudice, e Schiele ingenuamente aveva fatto presente che, chiusi nel cassetto della sua scrivania, ce n’erano almeno un centinaio dello stesso tenore... Sì, era stata la risposta, ma non erano visibili a occhi innocenti come invece il disegno in questione. Così, dopo tre settimane di carcere preventivo, il pittore fu condannato a tre giorni di prigione e al rogo pubblico del corpus delicti.
La Vienna del primo Novecento è questa cosa qui, un retaggio dello «stupido XIX secolo», secondo la celebre formula di Léon Daudet, borghese, morigerato, moralista e filisteo, è un ribollire di modernità, «la prova generale dell’Apocalisse» di cui parlerà Karl Kraus. C’è Freud, la psicanalisi, i suoi complessi legati alla sessualità, c’è Weininger, con il suo Sesso e carattere, l’inferiorità della donna e l’ossessione-dannazione che essa provoca all’uomo, c’è Schnitzler e il complicato rondò sentimentale del suo teatro, cioè della vita. La «prima» viennese di Girotondo, nella quale veniva rappresentato l’atto sessuale in una decina di variazioni, provocò un’indignazione più spettacolare dello stesso spettacolo: petardi e fumogeni sul palcoscenico, il pubblico che abbandona le poltrone e smantella le scenografie... E poi, naturalmente, c’è Klimt, l’alfiere dello Jugendstil, del decoro sublime, della raffinatezza delle forme e della delicatezza dei contenuti, ma anche del corpo umano celebrato e scopertamente esibito, eros e sessualità non più idealizzati, ma privati di ogni pudore.
Ha fatto bene la casa editrice Ippocampo a pubblicare in contemporanea i Carnets erotici di quest’ultimo e i Carnets erotici di Schiele, entrambi con prefazione di Norbert Wolf nella traduzione di Alessandra Iadicicco, perché nello sfogliarli appaiati ci si rende conto di una sorta di passaggio di consegne da un lato, di un unico filo conduttore dall’altro. Di quasi trent’anni più anziano, all’apice della gloria quando Schiele cominciò i suoi primi passi, Klimt ne riconobbe subito la grandezza: «Lei disegna già meglio di me» gli disse sorridendo quando l’altro gli mostrò le sue prime prove. Ironia della sorte, moriranno lo stesso anno, a pochi mesi di distanza, ed è di Egon il ritratto di Gustav sul letto di morte, gli occhi chiusi, la fronte spaziosa, un soldato più che un artista.
In una lettera scritta a vent’anni, c’è già in Schiele la consapevolezza di un talento e la spia di una febbre esistenziale. «Io ho in me la capacità immediata di esplorare, di inventare, di scoprire. Produco opere che sempre si superano, mi sento così ricco da dovermi dilapidare». Vienna è il palcoscenico perfetto perché questa prodigalità possa manifestarsi: per quanto estremo possa essere, Schiele non è uno sradicato o un pittore contro, ma appare in sintonia con il passaggio di secolo e la voglia febbrile di percorrere nuovi confini, in arte e in politica, nei costumi, che la Grande guerra interromperà brutalmente. Sin dall’inizio troverà sostegno, amicizie, comprensione, i suoi lavori verranno esposti, acquistati e collezionati, un naturale disinteresse per il denaro lo aiuterà a non disperarsi quando ne è senza, a non insuperbirsi quando ne ha in abbondanza. Anche qui «dilapidò», come se intuisse che la vita non gli avrebbe dato il tempo di conservare o mettere a frutto.
I due universi erotici presenti nei Carnets raccontano senza infingimenti il piacere e lo sconvolgimento che il sesso porta con sé, ma in essi non c’è mai degradazione, né il piacere dello scandalo fine a se stesso. In Klimt c’è sempre un’impudente nobiltà e in Schiele una pagana santità.