Quei diritti sacri degli «intoccabili»

Claudio Borghi

I diritti acquisiti in Italia sono una cosa sacra. Ogni volta che qualcuno si guadagna un posto di grande o piccolo privilegio, esso diventa intoccabile e perpetuo e non importa se questo diritto abbia un fondamento o se sia semplice atto di prevaricazione sui diritti altrui. Il posto intoccabile nella pubblica amministrazione, la babypensione, il vitalizio dei parlamentari che conquistano l'ambito traguardo di metà legislatura sono solo pochi dei tantissimi esempi in cui appare evidente l'abuso della sacralità del diritto acquisito.
Una volta conquistato il privilegio, poi logicamente vengono meno le motivazioni per essere produttivi, efficienti e positivi e ci si avvia alla passività e alla difesa di quanto ottenuto. L'impressione è che le forze sociali che sostengono l'attuale governo siano per una certa parte permeate da questo virus del diritto acquisito e che i provvedimenti vadano spesso nella direzione della penalizzazione di chi invece rischia, o che in ogni caso non si trova nell'agognata posizione di privilegio passivo.
Prendiamo ad esempio una delle principali voci di spesa della legge finanziaria: l'aumento delle retribuzioni contrattuali dei dipendenti statali: la voce generica non porterà alcun miglioramento dei servizi ai cittadini, con buona pace dei libelli propagandistici di Rutelli che vedono al centro dell'attenzione il «cittadino-consumatore». Se il governo invece applicasse un po' della fantasia che dispiega per tassare il ceto medio potrebbe senza problemi trovare modi più efficienti di allocare le risorse (risorse che una volta accordate diventano a loro volta acquisite e sacre per gli anni futuri). Basti pensare al sistema dei concorsi: se ad un concorso per dieci posti si presentano in cinquemila potenzialmente idonei, è evidente che chi ha già il posto analogo a quello oggetto di concorso è un privilegiato e non si capisce perché gli debba essere accordato un aumento non legato al merito; se viceversa alcuni concorsi vanno deserti potrebbe essere un segnale che per quel ruolo è richiesta una paga maggiore.
Sappiamo purtroppo che i concetti di merito e di differenziazione non trovano spazio nelle menti di molti dei rappresentanti della sinistra, infatti non si capisce perché i fanalini di coda nel treno degli aumenti debbano essere coloro che più meritavano, vale a dire le forze dell'ordine. Del resto quasi tutta la manovra pare impostata con la squadra: tagli orizzontali a ministeri e enti locali, spese generalizzate e ricorrenti per il futuro, tasse aumentate genericamente a chi già ne paga. Sistemi tanto semplici quanto non intelligenti.
La creatività è invece riservata alle entrate e ad esempio l'attacco ai risparmi delle famiglie viene liquidato in due righe, dove si afferma che «non ci sono rischi di fuga all'estero dei capitali» e se lo dicono i tecnici del governo c'è da fidarsi... intanto si rischia di toccare allegramente una cosa che avrebbe tutte le caratteristiche del diritto acquisito, vale a dire la tassazione dei titoli già emessi, ma che, al contrario del vitalizio dei parlamentari, è mobile e soggetta a concorrenza internazionale.
Fortunatamente però gran parte della società rifiuta quest'impostazione, e la ribellione contro i ripetuti tentativi di conservazione dei privilegi improduttivi, finanziati con la penalizzazione dei lavoratori eccellenti, è uno dei motivi che ha mosso il popolo che si è ritrovato il 2 dicembre in piazza San Giovanni. Quella folla era l'opposto dei seguaci del diritto acquisito: rappresentava un'area vitale che sa di poter contare solo sulle proprie forze e animata da voglia di fare, non di conservare passivamente un privilegio. Tutto il contrario delle due principali forze che in questo momento sostengono il governo e che dei diritti acquisiti rappresentano la quintessenza: la Cgil e i senatori a vita.