Quei folli, folli anni quando risuonava il jazz

In mostra al Mart di Rovereto quadri, strumenti e manifesti d’epoca. Come sottofondo, note di sax.
Si diffuse come un "virus" travolgente dall’America all’Europa. E cambiò l’arte e la cultura

«Jazz is a nice word, easy to the tongue and pleasant to the ears» («Jazz è una bella parola, facile per la lingua e piacevole per le orecchie»). Così lo definiva Ernest J. Hopkins in un articolo uscito nel 1913, dove appare per la prima volta questa parola, usata come onomatopea per significare, con attitudine del tutto linguistica prima ancora che musicale, un insieme si valenze lessicali, come «vita, vigore, energia, effervescenza d’animo, gioia, magnetismo, virilità, coraggio, felicità...».

E non a caso, poi, fu associata in qualche maniera al Futurismo, già nel titolo stesso di quell’articolo, appunto titolato «Elogio del jazz, una parola futurista che è appena entrata nel nostro linguaggio», anche perché proprio in quegli anni il Futurismo stava portando avanti una rivoluzione semantica multisettoriale, dalla letteratura alla pittura, al teatro, alla musica. Quattro anni dopo, nel ’17, quella parola comparve sull’etichetta del primo disco inciso, a opera di un gruppo di musicisti bianchi (l’Original Dixieland «Jass» Band), e dopo altri cinque anni Scott Fitzgerald la usò per titolare la sua famosa raccolta di racconti Tales of the Jazz Age.

Tutto questo per dire che prima ancora di divenire la musica oggi universalmente conosciuta, il jazz si era posto come una sinergia trasversale, quell’effervescenza che ha caratterizzato molte discipline, ben oltre la musica, e che il curatore della mostra «Il secolo del jazz», Daniel Soutif, ha definito come una sorta di virus (ovviamente inteso in senso positivo), proprio per via della sua vasta e rapida proliferazione a più livelli. E appunto su quest’idea di trasversalità e contemporaneità della presenza del jazz nella società, si basano la mostra e il felice allestimento creato al Mart di Rovereto. In sostanza, una galleria centrale che funge da cronologia, nella quale è collocata una successione di vetrine piene di documentazione, che va dai libri agli spartiti, alle copertine dei dischi, alle foto: tutto quanto può documentare «il secolo del jazz», da quell’articolo del ’13 sino a un libro comparso proprio verso la fine del secolo XX, intitolato Jazz e scritto da Toni Morrison, l’unica scrittrice afro-americana ad aver ricevuto sino a ora un premio Nobel. Poi su questa galleria si affacciano dieci stanze dove frammenti di questa timeline sono stati approfonditi per periodi omogenei, e dove si possono vedere opere d’arte, di grafica, oggettistica, strumenti musicali, manifesti. Il risultato è elettrizzante e jazzy, proprio perché l’approccio ai materiali vive su di un continuo contrappunto fatto di fitti dialoghi tra documenti, immagini, e suoni.
Dopo una stanza introduttiva, si parte con la storia della formazione e del consolidamento del jazz in America (dal ’17 al ’36), che prende l’avvio da Harlem, a New York. Poi le ricadute in Europa con gli «anni folli» dal ’17 al ’30. Seguono le correnti dello swing e del bebop, che occupano tutti gli anni Trenta. Poi vi è il jazz di guerra, e quindi il new bebop (dal ’45 al ’60) che convive in parte con il West Coast jazz (’53-60) cui segue la rivoluzione del free jazz (dal ’60 all’80) e infine i «Contemporanei», dal ’60 al 2002.

In questo contesto, una serie di capolavori, inframmezzati da fotografie, locandine, manifesti, strumenti d’epoca. Tra i dipinti, lo splendido Composition in grey (Rag time), 1919, di Theo Van Doesburg, rappresentante del gruppo olandese De Stjil (un’orditura quasi razionalista), cui seguono opere di Frantisek Kupka, George Grosz, Francis Picabia, Man Ray, Stuart Davis, Joseph Delaney, William Johnson, Jean Dubuffet, Jackson Pollock, Henri Matisse, Robert Rauschenberg, Mimmo Rotella, Antoni Tapies, Renato Guttuso e giù giù fino a James Rosenquist, Pino Pascali, Jean-Michel Basquiat. Ci potevano anche stare le «parole-in-libertà» di Aria di Jazz, di Wladimiro Miletti, con copertina di Trisno (1934) e pure alcuni dipinti di Ivano Gambini, dedicati a Josephine Baker, peraltro rappresentata con opere di Kees Van Dongen, Paul Colin e altri artisti e illustratori affascinati dall’esotismo delle revue nègres.
Insomma, una mostra diversa da quelle urlate con i capolavori. Una mostra che sembra forse un «troppo pieno» di memorabilia, ma proprio per questo interessantissima, da vedere, leggere e ascoltare. E un duro colpo a chi crede che per fare cultura basti una sequenza di quadri al muro.