Quei lievi ticchettii dalla sua villa isolata

Nell’estate del ’76 lo scrittore soggiornava alle Pizzorne, a nord di Lucca. E lì ebbe l’ispirazione per il romanzo «L’uomo e il cane»

Carlo Cassola era un signore elegante e riservato. Trascorse gli ultimi anni in Lucchesia, nel paese di Montecarlo, una collina sospesa su di un variegato paesaggio; il medesimo che troviamo, sempre, al centro delle sue narrazioni. In questi giorni la moglie Pola Natali e Alba Andreini, curatrice del «Meridiano» uscito da Mondadori, stanno reperendo il materiale della mostra che gli verrà dedicata in estate: «Abitare e scrivere la Toscana: la vita e i libri di Carlo Cassola». Organizzata dall’amministrazione provinciale di Lucca e dal Comune di Montecarlo, si terrà alla Fortezza, uno dei luoghi più suggestivi del paese.
Autore molto seguito, Cassola non disdegnava le polemiche, anzi le sollecitava. Giuseppe Prezzolini lo definì, ironicamente, uno scrittore rusticano, in contraddittorio con lui sul discorso del disarmo nucleare. Critica letteraria e mondo politico lo avversarono. La prima credo agisse a seguito di un’antica quanto irrisolta frustrazione: bistrattare o insultare chi riesce a raccontare gli itinerari dell’anima; la seconda vedeva in lui un avversario: lo scrittore ricerca una verità, è connaturato al suo essere, il politico ricerca sovente inganno e demagogia. Cassola voleva salvare l’umanità dalla catastrofe nucleare e da quella ecologica. Ha inseguito questi argomenti fino in fondo.
Nell’estate del ’76 lo troviamo sulle Pizzorne, ultime propaggini dell’Appennino toscano, a nord di Lucca. Da lassù, lo sguardo dilaga nella valle a perdita d’occhio; Lucca, con le torri e i campanili, è uno scrigno aperto tra gli alberi delle Mura. Intorno alla città si estende la periferia, coi nastri d’asfalto e il brillare dei vetri e dei metalli. Cassola aveva necessità di immergersi nel paesaggio. Uno degli elementi che conferiscono alla sua prosa forza e colore.
In una villetta a caso, una delle poche, essendo le Pizzorne ancora intatte, aveva preso dimora. Sebbene solitario, non passò inosservato. Al mattino, dalle abitazioni circostanti, udivano il ticchettio della macchina da scrivere intervallato da brevi pause. Verso mezzogiorno, la villetta sembrava disabitata. Come un artigiano, lo scrittore riponeva i ferri del mestiere. Sulla sera poteva accadere uscisse in compagnia d’una giovane signora: passeggiavano tra gli alberi, andavano al ristorante. Cominciarono a salutarlo, a chiedergli se era Cassola. Lui, pur rispondendo gentile, tagliava corto.
Un giorno alcuni bambini andarono a fargli visita. Volevano sapere come si scrive un racconto o un romanzo, se i personaggi sono veri o inventati. Li ricevette con garbo, esaudendo le loro richieste. In quel periodo stava attendendo alla stesura de L’uomo e il cane. Ambientato all’epoca del fascismo, il libro ha per protagonista il cane Jack. Gli altri personaggi, due mulattieri, una coppia di fidanzati e i loro parenti, fungono da comparse. In quegli anni transitavano su quei monti due mulattieri in compagnia di un cane malridotto. Andato in Pizzorna per riposarsi, Cassola dovette trovare in essi e in Jack materia per un libro. Gli scrittori non decidono mai per se stessi. A decidere per loro sono le circostanze della vita, di cui sono testimoni e servitori. Cassola lo è stato, con passione e coerenza.