Quei lombardi un po’ maledetti e Scapigliati

Pittori, scultori, romanzieri: ribelli e squattrinati, rinnovarono la cultura italiana del tardo Ottocento. A Palazzo Reale di Milano 250 opere documentano una vera rivoluzione

La polpetta era il nume tutelare degli Scapigliati milanesi. Gustosa e soprattutto economica. Non si trattava probabilmente dei mondeghili (le altre celebri polpette milanesi, piatto di riciclo fatto di carne trita) ma di una sorta d’involtino. Infatti il poeta e commediografo dialettale Ferdinando Fontana nella poesia La polpetta del re, la celebra parlando di «dò fett / de carna de cavrett».

Queste polpette, la brigata degli Scapigliati le ordinava in un’osteria chiamata per l’appunto «L’osteria del Polpetta» dove si mangiava bene e si spendeva poco. Occorre immaginarsi la Milano post unitaria degli anni intorno al 1870, laboriosa e molto perbene, dove si era assopita la fremente temperie risorgimentale ma già covavano le tensioni sociali che sarebbero esplose nei moti del ’98. A quei tempi corso Monforte era chiuso dalle mura ancora intatte e le vie dintorno erano folte di orti e giardini. Gli Scapigliati mangiavano dal Polpetta in via Vivaio e poi giocavano a bocce nel vicino giardino dei conti Cicogna.

Del gruppo di via Vivaio facevano parte lo scrittore Emilio Praga, lo scultore Giuseppe Grandi, lo scultore Francesco Fontana e il suo inseparabile amico pittore Giuseppe Barbaglia, il pittore Tranquillo Cremona, forse il più noto, certo il più grande degli artisti «scapigliati». Che cosa li accomunava? Un istinto ribelle e provocatorio, un’insofferenza per il tardo romanticismo piagnucoloso, una sarcastica sfiducia nelle «magnifiche sorti e progressive», un generale pessimismo verso la vita. «In tutte le grandi città del mondo incivilito - scrisse Cletto Arrighi (anagramma di un più modesto Carlo Righetti) nella prefazione al suo romanzo La Scapigliatura - esiste una certa quantità d’individui d’ambo sessi - v’è chi direbbe: una certa razza di gente fra i venti e i trentacinque anni non più, pieni d’ingegno quasi sempre; i più avanzati del loro secolo... ; pronti al bene quanto al male; inquieti, travagliati, turbolenti... ».

A prima vista, sembrerebbe essere la solita rivolta generazionale che si ripete a ogni secolo. Una sorta di anticipazione del «don’t trust over thirties» del Sessantotto americano. Forse per gli scandalizzati milanesi di fine Ottocento, gli Scapigliati rappresentarono qualcosa di simile a quello che i «capelloni» saranno per i borghesi di un secolo dopo. Una sorta di bohème meneghina insomma: giovani, ribelli e squattrinati. «Io nacqui indebitato» era il motto dello scrittore Giuseppe Rovani.

Oggi gli Scapigliati si risentirebbero a vedersi ridotti a bohémien d’imitazione, dal momento che secondo Cletto Arrighi inventore del nome, erano artisti «che si radunano in una casta sui generis, distinta da tutte le altre, pandemonio del secolo, serbatoio del disordine, della imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini costituiti...». Un «pandemonio» che è molto piaciuto alla studiosa Anne-Paule Quinsac, curatrice della mostra «Scapigliatura. Un “pandemonio” per cambiare l’arte», aperta fino al 22 novembre al Palazzo Reale di Milano (catalogo Marsilio).

Duecentocinquanta opere (tele e sculture) ben organizzate in sezioni cronologiche testimoniano la formazione dell’estetica «scapigliata» negli anni Sessanta, quindi il momento più vivace e artisticamente significativo degli anni Settanta, dominato da Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni che elaborano una pittura anti-accademica e fluida dove la forma si dissolve nel colore. Infine l’affermazione della nuova scultura scapigliata negli anni Ottanta dove accanto a Giuseppe Grandi (di cui per la prima volta vengono presentati i gessi preparatori del grandioso monumento alle Cinque giornate) emerge il genio di Medardo Rosso. L’ultima sezione - gli anni Novanta - documenta il formarsi di un certo «accademismo dell’anti-accademismo» nella stessa Scapigliatura, mentre le esperienze scapigliate forniscono ispirazione ai nuovi pittori, da Morbelli a Previati.

Breve fu la vita di molti Scapigliati, parecchi dei quali morti sui trent’anni (gli scrittori Praga e Tarchetti) o suicidi come Tranquillo Cremona a quaranta. Breve ma non effimera. Secondo la curatrice, dopo la prima grande mostra del 1966 alla Permanente di Milano, questa rassegna pone l’accento sulla complessità e sulla carica innovativa del movimento che rappresentò per l’Italia «l’antesignana delle cosiddette avanguardie storiche». Di lì a non molto arriveranno i Futuristi.