Quei mostri linguistici che ci fanno infuriare

Egregio dott. Granzotto, siamo alla «ci», particella dei molteplici impieghi, spesso pleonastica. Vedo scritto, anche da persone autorevoli «che c’azzecca», «c’ho piacere», «c’abbiamo»... e nel grattarmi per l’orticaria (o in testa per l’ignoranza), sono costretto a leggere: che cazzecca, copiacere, cabbiamo. La prego di aiutarmi.
Luigi Vassalli e-mail


Visto che ci siamo, caro Vassalli, e poiché trattasi d’argomento che nel secolo scorso (come passa il tempo, eh?) definimmo ricreativo, quindi adatto al clima delle festività, accosto alle sue anche le grida di dolore di Luigi Caprotti, che s’indispettisce per il dilagante «quant’altro», e di Monica Feliciani, alla quale «piuttosto che» fa venire l’orticaria. Siamo a questo punto e cioè che lo strafalcione e i due ignobilissimi modi di dire fanno rimpiangere «nella misura in cui», espressione sessantottarda diventata insopportabile per l’abuso che se ne fece, ma che almeno aveva una sua dignità (e una sua grazia, arrivo a dire) linguistica. Proprio vero che si va di male in peggio e il peggio è quel «c’azzecca» che non ci azzecca, perché venisse giù il cielo, davanti alla «a», alla «o» e alla «u», la «c» è dura, durissima, di marmo. Non dolce. È la «c» di cavallo, non quella di cecio. Ergo, «c’azzecca» si legge, come giustamente lei sostiene, caro Vassalli, «cazzecca». Ma poi io dico, che fatica si fa a scrivere «ci azzecca»? Perché intestardirsi nel cercare di restituire graficamente le fricative e le spiranti osco-sannitiche di Tonino Di Pietro?
Se «c’azzecca» offende la sola vista, «piuttosto che» e «quant’altro» ingiuriano anche l’udito, quindi doppia, micidiale sventura. Su come sia nato il primo dei mostriciattoli linguistici gli studiosi ancora dibattono. Su come poi si sia diffuso per contagio peggio della Peste nera, non ci son dubbi: televisione e giornali, dove la parlata forbita, elaborata, ghirigorica, conta falangi di estimatori. Ricorrere al «piuttosto che» in funzione disgiuntiva non è semplicemente una castronata, è un crimine perché la riprovevole espressione contribuisce ad impoverire la lingua in quanto strumento per rappresentare correttamente il pensiero. «Piuttosto che» non equivale infatti a «o» o a «oppure» e il volerlo far corrispondere origina equivoci. Se dico: «La prossima estate andrò al mare o in montagna» non temo di essere frainteso. Però se dico: «La prossima estate andrò al mare piuttosto che in campagna», sì. Perché così come è costruita, la frase, che secondo l’uso corrente starebbe a significare che mare o montagna per me pari sono, lascia invece intendere che fra le due alternative preferisco la prima. Il secondo mostriciattolo è la versione snobistica dell’«eccetera», voce di preclare, saldissime radici latine. «Quant’altro» ha la puzza sotto il naso e viene pronunciato con un tono che lascia trasparire il fastidio di dover ulteriormente enumerare, gettando così perle ai porci o se non ai porci, a quell’imbecille dell’interlocutore. E farsi prendere da imbecille da un pirlacchione non è cosa, come dicono a Napoli. Città che ha dato al mondo quell’arma letale che chiamasi pernacchio e che se indirizzata a un quantaltrista la stessa Convenzione di Ginevra riconosce legittima.