Quei potenti in pensione stroncati dal potere perduto

È stato "il giorno della collera" contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi. Ieri, migliaia di persone sono scese in piazza a Bengasi e in altre città della Libia per protestare contro il raìs al potere da 42 anni. Sull'onda delle rivoluzioni di Tunisi e del Cairo, il dissenso si è propagato attraverso Facebook e Twitter. I manifestanti di sono scontrati con le forze dell'ordine. La Libia è un Paese in cui la contestazione al potere non è tollerata, dove il regime controlla il mondo dell'informazione e dove i mass media internazionali hanno un accesso molto limitato. Per questo è difficile capire in queste ore il numero reale delle vittime: i gruppi per i diritti umani nazionali e alcuni siti locali parlano di almeno sei morti a Bengasi e quindici a El Beida, nell'est del Paese.
A differenza di quanto accaduto in Tunisia, Egitto, Algeria, dove le capitali sono state protagoniste, in Libia la contestazione più forte arriva dalla seconda città del Paese. Bengasi, mille chilometri a est di Tripoli, è considerata una roccaforte dell'opposizione al regime. Le manifestazioni nelle sue strade sono iniziate in anticipo rispetto alla chiamata dei social network. Hassan Al Jahmi, trentenne libico esiliato in Svizzera, tra gli autori del gruppo Facebook che ha organizzato la protesta, parlando a France 24 ha definito Bengasi «la ribelle». Ha raccontato come la città, al tempo della colonizzazione italiana, sia stata la prima a sollevarsi contro la presenza straniera. Il regime, inoltre, ha fatto convergere verso la capitale e verso Sirte, città natale di Gheddafi, molti progetti economici, aumentando così la frustrazione della città, che si è sentita tagliata fuori. Le manifestazioni di Bengasi sono iniziate quando circa 200 parenti delle vittime della strage del carcere di Abu Slim sono scese in piazza per protestare contro l'arresto del loro portavoce. Nel 1996, 1.200 prigionieri furono uccisi in condizioni poco chiare, secondo Human Rights Watch. Per l'organizzazione, la maggior parte dei detenuti era originaria di Bengasi.
Ci sono stati cortei e scontri anche in altre parti del Paese, ma a Tripoli, ieri, hanno manifestato i sostenitori del regime. Secondo alcuni siti libici, molte delle persone che si sono ritrovate nella piazza Verde della capitale, gridando «Gheddafi, padre del popolo», arrivavano da Sirte. Nonostante la sua geografia incompleta, la protesta avrebbe cominciato a fare effetto. Secondo il quotidiano di Bengasi Qurina, vicino al figlio di Gheddafi, Seif Al Islam, il Parlamento si dovrebbe riunire lunedì per discutere un possibile rimpasto degli organi esecutivi.
La Libia in queste ore non è il solo Paese toccato dall'onda lunga del dissenso egiziano. In Bahrein, l'esercito è intervenuto per mettere fine alle proteste. Tre persone sono rimaste uccise negli scontri nella capitale Manama. La rivolta mette a rischio il Gp inaugurale del Mondiale di Formula 1. La corsa con cui il 13 marzo prenderà il via la stagione 2011 potrebbe iessere cancellata. E la contestazione, che ha toccato il Maghreb, il Medio Oriente e il Golfo, arriva adesso anche nel Corno d'Africa. Oggi, a Gibuti, l'opposizione ha organizzato una manifestazione contro il presidente Ismail Guelleh, al potere dal 1999.