Quei poteri forti che vogliono un governo debole

Vittorio Mathieu

Con l’eccezione che diremo, i «poteri forti» sono contro Berlusconi. Non usano nei suoi riguardi, quando parlano in prima persona, espressioni che lo equiparino a un delinquente, però non nascondono che anche solo dar l’impressione di essere dalla sua parte li metterebbe a disagio. Ma, con le elezioni in vista, escludere ogni contaminazione col centrodestra equivale a schierarsi col centrosinistra, in cui, pure, ci sono partiti e movimenti da cui sembrerebbe che i poteri forti abbiano tutto da temere, compresa la propria scomparsa. Partiti che, sia pure gradatamente, vogliono abolire la proprietà privata. Movimenti che, in un inglese approssimativo, si dichiarano disposti a tutto purché non si stabiliscano rapporti «globali». E, soprattutto, teorici che invocano un controllo statale stretto su ogni aspetto dell’attività economica, nonché una larga tolleranza all’ingresso in Italia di clandestini a disposizione di programmi eversivi. Il fatto merita una spiegazione.
I poteri forti sono abituati ad essere forti, cioè a trarre vantaggio dalla propria posizione, indipendentemente dal potere statale. A sentirsi protetti, grazie alla distanza e alla polizia privata, dal contatto fisico col volgo e dagli assalti dei facinorosi. La debolezza del governo, di conseguenza, non avrebbe per loro quelle conseguenze tragiche che avrebbe per la classe media e per la povera gente. Il loro timore, per contro, è che muti la situazione in cui sono abituati a ottenere ciò che desiderano, grazie alla propria forza. La loro tendenza, perciò, è conservatrice nel senso che si suol chiamare «gattopardesco». Non temono una sovversione che resterebbe (essi credono) in superficie.
Facciamo un esempio non italiano. Le compagnie petrolifere non temevano l’indipendenza dell’Algeria: la temevano i pieds noir; e qualche ragione per temerla l’avrebbero avuta anche gli algerini arabi o berberi, tra cui i fondamentalisti han fatto più vittime della guerra contro i francesi.
Un’eccezione c’è, dicevamo, ed è la Chiesa. Anch’essa è un potere forte, anche se Stalin domandava con scherno di quante divisioni disponga. Ci fu un periodo in cui molti ecclesiastici speravano addirittura di fare del comunismo il loro braccio secolare. Questo periodo è chiuso e la Chiesa - diffidente ma non nemica, dopo Agostino, di qualsiasi potere temporale - sa di dover contare su uno Stato che le permetta di perseguire i suoi scopi, che non sono - o non dovrebbero essere - di questo mondo. Essa ormai si rende conto che il pericolo è quello scetticismo totale nel trascendente che può albergare tanto nei salotti buoni quanto nei «centri sociali». Provvede, perciò, a cercare i suoi difensori indipendentemente dalla loro posizione politica; ma si rende conto che difensori sinceri e, soprattutto, efficaci è molto più probabile trovarli a destra che a sinistra.
La stragrande maggioranza degli elettori, di forza ne ha poca o punto, ma attraverso le urne ne acquista molta. Per raccogliere i voti occorre evitare che cada in preda, vuoi delle illusioni, vuoi delle delusioni. La propaganda elettorale genera inevitabilmente illusioni, l’azione di governo delusioni. Ma un’azione capillare di informazione dovrebbe riuscire a rendere realistico il pensiero e, quindi, il comportamento degli elettori, in modo che non cadano vittime, né di speranze irrealizzabili, né di una masochistica indifferenza. In questo caso la tendenza negativa per la Cdl, emersa dalle elezioni regionali, potrà venir rovesciata. Ma per combattere grandi bugie occorre far conoscere, con fatica, un grandissimo numero di piccole verità.