Quei poteri forti hanno indebolito la classe politica

Giorgio Oldoini

Agli inizi del secolo scorso, nelle società occidentali si determinò un significativo cambiamento della filosofia sociale, la cui principale manifestazione nel campo pratico era una accresciuta fiducia nell’azione del gruppo. Questa filosofia portò alla conclusione che uno dei modi più ovvi con i quali lo stato avrebbe potuto promuovere il benessere dei suoi cittadini fosse quello di garantire alcuni privilegi alle organizzazioni più forti. La teoria «associazionistica» assicurava privilegi ai produttori, attraverso tariffe protezionistiche e la leva fiscale. Il che aveva creato negli altri gruppi sociali il desiderio di godere degli stessi privilegi che, senza troppa resistenza, venivano accordati. In tal modo si è giunti ad adottare la singolare politica di privilegi speciali per tutti. La più seria accusa che può essere rivolta alla moderna classe dirigente del liberalismo europeo, non, è che essa abbia aumentato i fondamentali poteri dello stato, ma esattamente l’opposto, cioè che abbia accresciuto la forza di condizionamento dei gruppi privati organizzati. La concentrazione dei poteri nei monopoli d’affari, nelle istituzioni finanziarie, nelle associazioni commerciali o nei sindacati, nelle burocrazie, in misura tale che essi possano sfidare l’autorità dello stato, rappresenta un pericolo, non solo per la democrazia, ma per qualsiasi forma di società organizzata. In Italia, non esiste fondazione bancaria, azienda partecipata da enti pubblici, i cui organi amministrativi o di controllo non siano espressi, in misura spesso condizionante, dalle associazioni dei commercianti, degli artigiani, degli industriali, da sigle sindacali nazionali o autonome, dai partiti diventati a loro volta gruppi di interesse. Mentre un tempo si aveva l’accortezza di designare persone dotate di specifica professionalità, ai nostri giorni sono proprio gli esponenti di queste associazioni che vanno a ricoprire le cariche e le redistribuiscono per la conquista del potere interno. Si è così venuta formando una vasta consorteria di notabili, ormai incapace di gestire la propria impresa, che si dedica a tempo pieno alla conquista dell’«organizzazione» al fine di trarne vantaggi selettivi, riuscendo a perpetuarsi per decenni. Il loro contributo tecnico nei consigli dì amministrazione è vicino allo zero e consente un potere fuori controllo agli amministratori cui è affidata la gestione dell’ente. Questi personaggi si impossessano del palcoscenico mediatico, rilasciano interviste, partecipano a convegni e dissertano sui grandi problemi del paese. Un delirio di potenza che li porta spesso a dimenticare le origini e i propri limiti culturali.
Quali che fossero le idee degli uomini di governo del secondo dopoguerra, essi almeno prendevano in considerazione le conseguenze che la loro politica avrebbe avuto per il paese e non per una categoria di interessi. Era tipico di quei tempi che la classe dirigente si occupasse degli affari pubblici mantenendosi su un piano generale elevato, come appare evidente a chiunque metta a confronto le discussioni che allora riscuotevano l’attenzione popolare con le diatribe politiche dei nostri giorni. La tendenza a prendere in esame i problemi contingenti e a risolverli su basi provvisorie, il disprezzo e l’indifferenza verso i «principi generali», l’opinione diffusa che ogni questione debba essere trattata da un particolare punto di vista, l’idea di fondo che non esisterebbero verità fondamentali, tutto questo è la conseguenza della «rivoluzione» degli anni Novanta. Nel frattempo, gruppi privilegiati, partiti e movimenti hanno continuato ad attingere dal sistema con maggior voracità, aggiungendo alla commessa pubblica la speculazione di Borsa e sottraendo ai piccoli azionisti i risparmi di una vita. Non deve stupire che, come i più accesi rivoluzionari all’epoca del Terrore si erano trasformati in grandi profittatori di guerra, i nuovi protagonisti della spoliazione di massa siano proprio quelli che più hanno demonizzato la prima repubblica agitando il vessillo della «questione morale».