Quei romanzi sui migranti che fanno letteratura col politicamente corretto

Dal pluripremiato libro di Catozzella, pieno di luoghi comuni, a quello meno scontato di Geda, il filone ha successo. Ma resta un dubbio: perché non leggere racconti di immigrati veri?

Ormai in letteratura basta toccare il tasto giusto, l'argomento di moda, per assicurarsi l'interesse della critica e dei media. Aveva ragione lo scrittore e critico Andrea Caterini quando, sulle pagine di questo stesso giornale, ha pronunciato il suo j'accuse contro un'editoria capace solo di rincorrere le mode, curandosi ben poco del valore artistico delle opere che mette in circolazione.È quello che in parte sta capitando coi romanzi che pongono al centro il fenomeno migratorio. Va bene, dirà qualcuno, di che altro dovrebbe occuparsi la letteratura se non di temi così centrali? D'accordo. Ma il fatto è che molti di questi libri sembrano studiati a tavolino da esperti di marketing. Concepiti per abbindolare i lettori. Niente altro che scaltre operazioni commerciali. E così spesso saltano fuori romanzi da cartolina, oleografici, fumettistici, come il pluripremiato Non dirmi che hai paura, di Giuseppe Catozzella (Feltrinelli, 2014) che, ispirandosi a una storia vera, narra come molti sanno le vicende di Samia, ragazzina di Mogadiscio (Somalia) che insegue il sogno di diventare campionessa olimpica nella corsa, trovando però la morte come molti migranti nelle acque del Mediterraneo (a pochi chilometri dalle coste di Lampedusa). Romanzo messo insieme affastellando dialoghi improbabili e infilando una serie di luoghi comuni, per di più in una lingua elementare. Minimo sforzo e massimo rendimento: 14 premi, tra cui lo Strega giovani nel 2014, tradotto in numerose lingue straniere, 100mila copie vendute solo in Italia. Miracoli del marketing e dello scadimento del livello dei lettori medi, da molti lamentato. Tuttavia, chapeau. Naturalmente ci sono delle eccezioni, come il celebrato romanzo di Fabio Geda Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini & Castoldi, 2010), in cui l'autore dà voce a Enaiatollah Akbari, profugo afgano di etnia hazara (dunque musulmano sciita) che per sfuggire alle persecuzioni dei talebani e alla miseria attraversa a soli undici anni, tra mille peripezie, Afghanistan, Pakistan, Iran, Turchia, Grecia fino a giungere in Italia, dove deciderà di stabilirsi (e dove vive tuttora: per l'esattezza a Torino). Libro schietto e poetico.Con il politicamente corretto non si fa arte, è una regola aurea. A meno che non si tratti di letteratura per ragazzi, fumetti o film di animazione (Disney e Pixar insegnano). E nemmeno con il suo rovescio, il politicamente scorretto in quanto genere. Entrambi forzature, visioni distorte, spesso frutto di scelte opportunistiche. Eppure oggi c'è perfino chi pensa che la letteratura e gli scrittori debbano svolgere un ruolo pedagogico. Figuriamoci. Perciò non è arte il romanzo di Catozzella. Mentre lo è quello di Geda, che non cerca il fair play a tutti i costi, non divide schematicamente il mondo in buoni e cattivi, non si adopera per indorare la pillola, prendendosi gioco della buona fede del lettore.Più difficile è decidersi riguardo al valore di Ancóra (Marcos y Marcos, pagg. 489, euro 18, traduzione di Fulvio Bertuccelli) dello scrittore turco Hakan Günday (idolo dei giovani lettori, a quanto ci dicono, per lo meno in Turchia) di cui, a pochi giorni dall'uscita nelle librerie italiane, tutti si affrettano a celebrare i fasti, con accostamenti che imbarazzano (più d'uno lo ha accostato al capolavoro céliniano Viaggio al termine della notte: ma, per favore, andiamoci piano coi paragoni, Céline merita più rispetto!). Lo stile, prima di tutto: spumeggiante e talvolta arguto, ma più spesso caotico, ingenuo, fuori controllo. Le idee ci sono, e anche buone. La storia c'è. L'intelligenza, pure. Lo sguardo sulle cose, sul mondo, a tratti è illuminante. Ma sullo stile non ci siamo. E quello in arte è tutto. O quasi. E non si chiami in causa la traduzione, che ci pare incolpevole. Troppe metafore e digressioni fuori luogo. Scelte narrative discutibili sul piano del gusto. Poca armonia. Nessuna eleganza. Diversi luoghi comuni, parecchi smascheramenti che si fermano un attimo troppo presto. Però nel complesso la storia è potente, anche se ben poco verosimile: e dunque poco rappresentativa del fenomeno il mondo odierno dei trafficanti di uomini che vorrebbe ritrarre.O forse, come si comprende a poco a poco, non è quello il suo scopo. Forse al centro dell'opera c'è il male. L'animo umano. E in questo il romanzo si rivela più riuscito. Come dicevamo, al libro di Günday non mancano i meriti. A cominciare dall'incipit fulminante, con il quale l'autore prova a catturarci: «Se mio padre non fosse stato un assassino io non sarei mai nato». Quasi a fissare il quadro morale in cui si dipanerà la storia, marchiando a fuoco il suo protagonista, il giovane Gazâ: che, costretto fin dall'età di otto anni dal padre Ahad (la madre è morta partorendolo) a indossare i panni del mercante di vite umane, trasformandosi in un crudele carceriere (posto a sorveglianza della cisterna dove i profughi vengono rinchiusi per giorni, settimane, mesi), percorrerà fino in fondo la sua discesa agli inferi, apparentemente senza via di riscatto, malgrado il suo talento negli studi e i sogni di un futuro differente, lontano dalla terra natia. Lo sviluppo e l'epilogo del romanzo, dopo cinquecento intensissime pagine, sono assai problematici e per nulla scontati. Tuttavia, malgrado i numerosi buoni spunti e il solito premio (Prix Médicis 2015) appuntatogli al petto e con cui viene trionfalmente esibito in giro per l'Europa (e non solo), il libro non può dirsi un capolavoro. Certo, l'enfasi creatasi attorno a esso rischia di stordire lettori e recensori; ma ormai dovremmo essere vaccinati: in fondo a quanti clamori abbiamo già assistito (anche di recente), poi spentisi a poca distanza di tempo, con scarsa gloria.Un altro libro si segnala in questi giorni alla attenzione del pubblico: Il bambino magico di Maria Paola Colombo (Mondadori, pagg. 300, euro 18,50), al suo secondo romanzo, dopo l'esordio con Il negativo dell'amore (Mondadori, 2012). Storia dai toni fiabeschi ambientata parte in un villaggio africano, nel cuore della savana, parte in Italia, a Milano, dove i tre giovani protagonisti, Gora e Moussa (uno zeruzeru, un africano albino, il «bambino magico» del titolo) e Miriam migreranno. Una storia di amicizia e tentata integrazione, un romanzo di formazione. Tutto molto edificante. Molto istruttivo. Ma la sensazione del posticcio non ci abbandona mai.Perché allora non fare una prova leggendo storie raccontate dai veri protagonisti della migrazione, la cui voce ci piacerebbe trovasse maggiore ascolto? Mi riferisco a scrittori come Pap Khouma, senegalese trapiantato in Italia, autore di Io, venditore di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano (Dalai Editore, 2010, Baldini & Castoldi, 2015), che narra di un immigrato clandestino che per sbarcare il lunario fa il venditore ambulante, e in precedenza di Noi italiani neri (Dalai Editore, 2010). Ai romanzi della camerunese Calixthe Beyala. O a quelli dell'ivoriano Ahamadou Kourouma. O di Laila Wadia, indiana. Ai libri editi dalla da poco estinta casa editrice Epoché, specializzata nella letteratura africana francofona, oggi reperibili solo sulle bancarelle o nelle librerie remainders on line. O ancora a quelli scritti da autori africani sconosciuti che vengono venduti in spiaggia o per le strade. Alcuni sono davvero interessanti. E in ogni caso, se piacciono le storie d'immigrazione, perlomeno sono materiale di prima mano.