Quei Trasgressionisti mostri di conformismo

In un libro profetico datato 1968, le vicende di una setta dedita alla disobbedienza civile

Torino ci mise del suo: il reticolo regolare (troppo regolare) di vie e piazze che viste dall'alto sono un quadro di Mondrian, un labirinto con tante (troppe) uscite; la cortese (falsa e cortese) estraneità dei passanti, dei camerieri, dei vicini di casa che hanno tutti l'aria di sapere (ma che cosa?) senza dire (ma perché?); il centrale e concentrazionario provincialismo di ex capitale; la nomea di città magica che forse è soltanto una secolare fake news indossata, ogni giorno, come l'abito della festa per darsi un tono di composta e monotona alterigia nobiliare (cimenta nen, bogianen).

Poi lui ci mise tutto il resto: i pugni in tasca dell'intellettuale arrabbiato, seduto scomodamente a cavallo fra integrazione (la critica teatrale sull'Unità, il giornale del Partito, poi le collaborazioni con la Rai, persino la Fiat del padrone) e contestazione, anche e soprattutto contro la sua sinistra; la vita agra da professore che fa su e giù, alienato e spelacchiato leone nella gabbia di quello zoo a cielo aperto che è l'Istituzione scolastica; l'erotismo rappreso in un grumo di pulsioni soffocate; il sottile sarcasmo del disilluso che però non vuole illudere, ma instillare dubbi sì, tanti dubbi e sospetti, con tutto il cuore dell'altruista che mette in guardia da pericoli non manifesti. Lui è un campione relegato nelle serie inferiori, sugli scaffali troppo in basso o troppo in alto del supermercato editoriale, comunque non a portata di mano del consumatore.

Lui è Giorgio De Maria (Torino - naturalmente - 1924-2009) e soltanto due anni fa Frassinelli lo riesumò da un quarantennale e immeritato oblio, rimandando in libreria il suo ultimo romanzo, Le venti giornate di Torino, che era uscito da Il Formichiere. Il titolo suonava risorgimentale e insurrezionale, richiamando «le cinque giornate di Milano» e «le quattro giornate di Napoli», ma è probabile che nella mente dell'autore quell'assonanza fosse nata a contrario, perché non di un risorgimento, né di un'insurrezione si trattava, bensì di una distopia, di una maledizione, di una malattia terminale della società. «Inchiesta di fine secolo» è il sottotitolo, e quella condotta dall'anonimo travet voce narrante è proprio un'inchiesta di taglio giornalistico e civile, in cui un cittadino al di sotto di ogni sospetto vuole dissotterrare il giacimento di polvere che Torino ha nascosto sotto il tappeto della paura e dell'omertà.

Dieci anni prima, torme di cittadini resi insonni da inquietanti visioni notturne, da incubi demoniaci degni di Poe e di Lovecraft, vagavano per le strade come zombie. Urla belluine provenienti non si sapeva da dove scandivano un crescendo di orrore. Poi il primo morto, poi il secondo... Poi molti, molti altri... Infine, l'arresto di un tale, un colosso perfetto come mostro da sbattere in prima pagina. Ma la chiave era altrove. In una Biblioteca i cui resti ora, dieci anni dopo, giacciono in un lurido magazzino comunale, sorvegliato da due cerberi annoiati. Il Nostro eroe, sulla scorta delle indicazioni fornite da un avvocato e da un gallerista esperto in «manifestazioni acustiche», scopre che la Biblioteca è la discarica dei peggiori istinti di chi la frequenta e la rimpingua, una specie di social network cartaceo ideato da un gruppo di ragazzi ben vestiti, rasati e incravattati: «trecento lire per avere diritto alla lettura, seicento per conoscere il nome di un autore, tremila per l'accettazione di un manoscritto». E adesso, dice il narratore «una mano metafisica mi afferra per la collottola per trascinarmi indietro di dieci anni». Perché, secondo l'avvocato, «si sta rimettendo in moto una faccenda che tutti credevamo finita». Tuttavia il bravo cives non abbandona la nave (dei folli) che sta affondando...

Il finale aperto e agghiacciante non va svelato per nulla al mondo a chi non abbia ancora assaggiato la penna di De Maria, kafkiana per sua stessa ammissione, ma ben prima che «kafkiano» diventasse un aggettivo utilizzato come specchietto per le allodole lettrici. Occorre invece dire che lo stesso editore Frassinelli pubblica ora I trasgressionisti (pagg. 118, euro 15), il primo romanzo di De Maria, uscito nel '68 da Mondadori, che può essere letto come un prequel, come un sequel o come un grande capitolo contemporaneo e parallelo a quello delle Venti giornate di Torino. Se nelle Venti giornate la prosa è discenditiva, infera, postribolare, e richiama l'ilarotragico Manganelli o La guerra invernale nel Tibet di Dürrenmatt, se, quindi, lì sono le tenebre fisiche e le làtebre mentali a farla da padrone, nei Trasgressionisti, pure ambientato a Torino, e dove pure aleggia il fantasma di un piano ordito da qualche potere occulto, di una sorta di colpo di stato psichiatrico volto a mandare fuori di testa la gente, il senso di angoscia è dato da un eccesso di luce al neon, fredda, piatta, uniforme, da laboratorio, da esperimento sociologico.

I «trasgressionisti» sono una setta capeggiata da un Maestro (un cattivo maestro...) e si riuniscono in un salone sotterraneo. In che cosa consistono le loro trasgressioni? Niente di che, all'apparenza: se si incontrano in un negozio e sono in coda alla cassa, si guardano fisso negli occhi anche per un quarto d'ora senza aprir bocca, facendo perder tempo a chi sta loro intorno, oppure, come fa la voce narrante, in un tram pieno come un uovo non cedono il posto a una vecchietta, o a quella vecchietta rubano un grissino, o ancora non acquistano per una settimana il loro quotidiano di riferimento, o fanno a «occhio di ferro» con un vigile che li sta multando... Sono esercizi propedeutici a compiere il Grande Salto nella Gran Giornata, cioè un rito di passaggio che è diverso per ciascuno di loro, purché infranga il comune senso del pudore o dell'onore o del dovere. Ad esempio, l'anonimo protagonista non si presenta in chiesa il giorno del suo matrimonio... Durante un colloquio a tu per tu con il Maestro, si sente dire: «Non vi è nulla di più miserabile al mondo di un trasgressionista che abbia fallito, o non abbia smaltito a sufficienza, la sua Gran Giornata! Incapace di reinserirsi nella società fa di tutto per dimostrare a se stesso di essere ancora un uomo in rivolta, e non offre che spettacoli pietosi». Siamo nel 1968, l'alba del trasgressionismo. Complimenti alla vista lunga del compagno De Maria che ci mostra già un tramonto costellato di «spettacoli pietosi».