Quel Colle non cancella la storia

Gianni Baget Bozzo

Il bipolarismo è divenuto una caratteristica della politica italiana e lo è rimasto nonostante il cambio del sistema da maggioritario a proporzionale. È così nato il centrodestra. Esso è dovuto soprattutto a Silvio Berlusconi per il fatto che egli, ha più di ogni altro determinato il carattere culturale della politica, ponendo in chiaro la diversità rispetto alla sinistra. Il termine comunista, che Berlusconi ha usato, si riferisce al carattere storico della sinistra italiana, alla sua stessa lunga definizione legata dalla storia del Pci e della sinistra extraparlamentare. La differenza culturale era stata alla base della contrapposizione tra Dc e Pci, ma essa poi aveva ceduto a una graduale delimitazione che sembrava avere estinto il carattere della contrapposizione. Si vide poi come questa fosse rimasta vivente nella memoria comunista nei drammatici eventi del '92-'94, nella stagione di Mani pulite ed infine nel processo Andreotti, che colpì un esponente politico democristiano sempre aperto a compromessi tattici con la sinistra, pur mantenendo una differenza strategica.
Quando il problema si è posto a livello politico generale nelle elezioni dell’aprile 2006, anche le connotazioni centriste e «politicamente corrette» che si erano affermate in An e nell'Udc, hanno ceduto di fronte all’esigenza del blocco determinato dalla scelta di Berlusconi di parlare un linguaggio anticomunista, cioè legato alla definizione della sinistra come memoria storica e come realtà concreta nel Paese.
È evidente che questo linguaggio si è imposto anche nella posizione verso l’elezione del presidente della Repubblica, quando infine anche l’Udc ha dovuto accettare di non votare Giorgio Napolitano, non in quanto persona, ma in quanto voluto dai Ds proprio per legittimare la lunga storia del Pci ponendo al vertice dello Stato un suo illustre dirigente. Proprio in questa scelta si è visto come l’esigenza ancora aperta di far accettare un postcomunista come rappresentante dell’unità nazionale, ha mostrato l'importanza che i diessini legavano alla legittimazione del loro passato comunista. Tuttavia, nonostante le qualità personali del presidente della Repubblica, la sua storia rende più difficile la trasformazione del presidente eletto in presidente simbolo, una funzione che Ciampi, con il suo culto della nazione come tale, dell’italianità in sé, aveva bene espresso.
Napolitano viene dopo un presidente che ha cercato, con successo, di rappresentare un sentimento nel Paese. Ma egli per la sua storia, ha maggiori difficoltà a incarnare l’unità simbolica. È pensabile che, appunto per questo, egli non giocherà il ruolo divisivo del paese che fu proprio il presidente della Repubblica cattolico, Oscar Scalfaro, a rappresentare in modo palese.
Il limite obiettivo di Giorgio Napolitano come espressione di una identità condivisa mostrerà che l’investimento dei Ds sulla suprema magistratura dello Stato, non avrà nessuna influenza sul sentimento che ha spinto tanta parte degli italiani a votare per il centrodestra proprio in opposizione alla tradizione della sinistra italiana. Si è trattato di un colpo di forza, che ha disatteso le proposte della Casa delle libertà di cercare un candidato della sinistra che non si riferisse per appartenenza alla storia comunista. Il caso dell’esclusione di Giuliano Amato, pur proposto dalla Casa delle liberta, da parte dei Ds, ha sottolineato questa volontà di usare la titolarità del Quirinale come legittimazione storica della memoria comunista. Ma le memorie storiche non si cancellano facilmente, tanto più che corrispondono a una realtà presente nel Paese in cui la sinistra diessina e quella antagonista appaiono, nonostante tutto, come contigue. E la coalizione che è giunta al potere non può fare a meno della forza dell’estrema sinistra. Per tutte queste ragioni la volontà dei diessini di ottenere a ogni costo dai propri alleati la designazione di un candidato della loro storia politica non ha rappresentato, qualunque siano i meriti del candidato, un atto destinato a spostare quegli equilibri nel Paese che giustificano, come fatto ideale prima che politico, la realtà del bipolarismo.
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