Quel filosofo trappista che dava i numeri

Nato ricco, per lui non contavano i soldi (che elargì ai bisognosi) ma il rigore morale e intellettuale. Ingegnere aeronautico, la sua mente volava sulle ali della logica

Di colpo alcuni artisti austriaci, tra i quali R.M. Rilke, Georg Trakl e Oskar Kokoschka, divennero beneficiari di un discreto assegno mensile che mise fine alle loro ristrettezze. Era nata infatti una fondazione per aiutare giovani talenti, con un patrimonio di centomila corone. A tirare fuori la somma, enorme per quegli inizi del Novecento, era stato un coetaneo dei beneficati. Un originale che aveva un curioso rapporto col denaro. Ne aveva tantissimo poiché apparteneva a una delle famiglie industriali più cospicue dell’Impero asburgico, ma lo considerava un ostacolo per il suo lavoro intellettuale. Tanto che pochi anni dopo si liberò di tutta la sua immensa quota ereditaria distribuendola tra i fratelli. Per sé tenne quanto gli bastava per fare la spola tra Vienna e Cambridge, mantenere una solitaria casetta in Norvegia e sopravvivere in stile trappista.
Il Nostro era l’ultimogenito dei sette rampolli di un magnate dell’acciaio, la cui industria era all’avanguardia in Europa. Nonostante un’ascendenza ebraica, in casa si respirava un’atmosfera caratterizzata dal rigore protestante del padre. La madre, Leopoldine, era invece cattolica e in suo onore i figli furono tutti battezzati secondo il rito romano. Le loro frequentazioni si dividevano tra le grandi famiglie dell’Impero e gli artisti che pullulavano nella Vienna della Secessione. Una sorella del Nostro, Margarete, fu ritratta da Gustav Klimt in un bel dipinto ora esposto nella Neue Pinakothek di Monaco. Il clima colto e cosmopolita non mise però la nidiata al riparo dal mal di vivere. Tre dei fratelli più grandi si suicidarono e il minore flirtò a lungo con la tentazione di imitarli. Se non si uccise fu per ragioni filosofiche. «Se il suicidio è permesso - scrisse -, tutto è permesso. Esso aprirebbe le porte al nichilismo. Ma non si può essere un buon filosofo se non si è un uomo decente». E intendeva per uomo decente colui che affronta gli interrogativi dell’esistenza con rigore e coraggio senza la scorciatoia del farsi fuori.
Il Nostro fu, da un lato, un frugolo modello che vestiva alla marinara, dall’altro, un eccentrico. Frequentò il liceo a Linz nella stessa scuola del coetaneo Adolf Hitler che era però due anni indietro. Dava del «lei» ai compagni e lo pretendeva da loro. Concesse il «tu» solo al suo preferito, versatissimo come lui in matematica e che morirà suicida. Conclusi gli studi secondari, si specializzò in Aeronautica e inventò un iniettore per elicotteri che ebbe ottime applicazioni industriali. A 22 anni, di punto in bianco, decise di partire per la cittadina universitaria di Cambridge, crogiolo dell’intellighenzia scientifica mondiale.
L’incontro con Bertrand Russell, uno dei suoi professori, di 17 anni più vecchio, gli cambiò la vita. Logico e matematico, Russell intuì nel giovanotto una straordinaria capacità speculativa. «È l’esempio perfetto del genio», disse di lui. Il Nostro, stimolato dalle discussioni, cominciò a elaborare una curiosa filosofia. Al centro del suo sistema c’era il rapporto tra la «parola» e la realtà. Si sforzò di usare la «parola» con precisione matematica, evitando le trappole del linguaggio. Tracciò con rigore il confine tra «l’esprimibile» e «l’inesprimibile».
L’elaborazione del suo trattato durò diversi anni. Lo terminò a Cassino, dove era prigioniero degli italiani durante la Grande guerra. Un testo smilzo costruito su sette proposizioni principali la prima delle quali diceva: 1. «Il mondo è tutto ciò che accade». Poi - con una serie (centinaia) di riflessioni secondarie, numerate orginalmente 1.1, 1.11, 1,12, ecc. - passava alla seconda principale, 2, fino a raggiungere l’ultima, 7: «Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere». Concluso il lavoro, scrisse a John Maynard Keynes, futuro economista del New Deal: «Ciò che avevo da dire l’ho detto, ora la fonte si è prosciugata».
Tornò dalla guerra spiritualmente spossato. Abbandonò la filosofia e si ritirò in un villaggio austriaco a fare il maestro elementare. Era nervoso e severo e non lesinava ceffoni ai bambini. Tuttavia, ne era amato per la fiamma che lo animava. Dopo sei anni di esilio, rientrò a Vienna. Progettò una casa per la sorella in stile razionalistico che era un’evidente trasposizione sulla pietra della sua filosofia. Poi, prima dell’avvento di Hitler, tornò a Cambridge per insegnare logica.
Divenne inglese e non si mosse più dal college, salvo i romitaggi in Norvegia dove combatteva la depressione col canottaggio. Morì a 62 anni di un tumore. Spirò dicendo: «Dite ai miei amici che ho avuto una vita meravigliosa».
Chi era?