Quel fondamentalismo chiamato cultura laica

Sul convegno laicista promosso a Roma da Mondoperaio gravava fin dal titolo («La risposta laica ai fondamentalismi religiosi») un ingenuo pregiudizio, cioè l’idea che tutti i fondamentalismi si equivalgano e che soltanto la cultura laica sia assolutamente refrattaria a ogni forma di fanatismo.
Ma se è vero che su tutte le religioni incombe il rischio del fanatismo, non meno vero è che alcune di esse hanno prodotto effetti più terrificanti di altre. Ed è inoltre evidente che mentre i misfatti di alcune religioni furono e vengono ancora commessi nonostante il loro messaggio originario (i crimini storici del cristianesimo non derivano certo dai precetti del Vangelo) quelli di tante altre fedi furono e sono invece autorizzati proprio dai loro profeti (quelli dell’Islam sono abbastanza conformi agli insegnamenti del Corano).
Sembra poi che la natura rigorosamente laica delle diverse dottrine che negli ultimi due secoli hanno contribuito alla nascita del moderno spirito europeo non sia riuscita a impedire che questo spirito si esprimesse anche, in rebus politicis, nella creazione di alcuni dei regimi più fanatici, settari, criminali, terroristici e totalitari della storia umana. Dal che sembra doversi dedurre che la cultura laica, lungi dall’essere il solo valido antidoto al virus fondamentalista, è capacissima, all’occorrenza, di generare mostri (vedi il grande terrore giacobino, il gulag sovietico e il lager nazista) persino più voraci di quelli partoriti dalle fedi che intendevano soppiantare.
Queste elementari evidenze dovrebbero incoraggiare anche i laici a smetterla di immaginare che soltanto le religioni confessionali siano capaci di fomentare illusioni e fondamentalismi. Dovrebbero anzi indurli ad ammettere che la fede laica ha dimostrato da un pezzo di essere anch’essa una straordinaria produttrice di chimere fomentatrici di fondamentalismi e terrorismi. Classe, Razza, Nazione, Partito, Stato, Storia, Ragione, Scienza, Capitale, Tecnica, Sesso, Progresso e simili: ecco soltanto alcune delle entità con cui la cultura laica, dopo aver preteso di aver liquidato una volta per sempre l’Innominabile, ha di volta in volta cercato di sostituirLo con qualche nominabilissimo Idolo.
Mentre l’Occidente si trova a dover fronteggiare il cosiddetto risveglio islamico, il proposito di denunciare le vere o supposte analogie fra le tre religioni del libro sembra infine quanto meno intempestivo. Non quelle analogie bensì l’abissale differenza fra il discorso giudaico-cristiano e quello islamico urge oggi sottolineare. Anche perché la più rigorosa condanna del martirio in salsa islamica non è affatto racchiusa nella cultura laica bensì proprio nella dottrina cristiana, che proprio su questo tema ha già detto tutto fin dai tempi in cui l’autore dell’Apocalisse, definendo Cristo «il testimone fedele», decretò implicitamente che «martirio» vuol dire «testimoniare la fede» con la propria morte, non con quella altrui.
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