Quel giornalista ubriaco d’orrore

L’infanzia in Europa, l’accademia di West Point E poi l’inizio del delirio...

Basterà raccontare le circostanze in cui morì, per capire che se le andava a cercare. Però, è innegabile che fosse nato sotto cattiva stella.
Dunque, avendo deciso di risposarsi il 17 ottobre, partì il 27 settembre da Richmond per andare a New York a prendere una zia che non poteva mancare alle nozze. Che cosa poi accadde non si è mai saputo con esattezza. Fatto sta che la sera del 3 ottobre fu trovato semi svenuto in una bettola di Baltimora. Era stato derubato dei vestiti e indossava un abito leggero che i congiunti, accorsi, non riconobbero. In ospedale, tornò in sé qualche ora, ma non spiegò che cosa gli fosse accaduto. Il 7 ottobre ebbe un attacco di convulsioni e stecchì. Aveva quarant’anni.
Per spiegare il decesso, i sanitari azzardarono un’ipotesi: delirium tremens. Era però una diagnosi a naso, basata sui suoi precedenti di alcolista. In conclusione, le cause cliniche della morte restano un rebus che si aggiunge ai molti che il Nostro immaginò. Fu invece ricostruito con sufficiente precisione che cosa gli fosse accaduto.
A Baltimora, a metà strada tra Richmond e New York, il viaggiatore aveva fatto tappa. In città c’era grande fermento perché il 3 ottobre era giorno di elezioni. Il Nostro sarebbe così stato agganciato da politicanti senza scrupoli che lo avrebbero poi utilizzato per mandarlo più volte alle urne. Una pratica malavitosa molto diffusa a metà Ottocento. Per piegarlo ai suoi voleri, la banda avrebbe fatto leva sul suo vizio di bere invitandolo in diverse osterie per poi drogarlo. Cotto a puntino, il Nostro sarebbe stato spinto a votare numerose volte, la prima con i propri abiti, poi con altri sempre diversi per evitare di essere riconosciuto. Alla fine, spremuto a fondo il limone, il miserabile sarebbe stato abbandonato incosciente nella bettola dove fu poi trovato. Una fine ingloriosa per un uomo dalla fantasia gigantesca, ma dal carattere nano.
L’alcolismo fu la tara di famiglia. Il padre, attore girovago, era un avvinazzato collerico. Per buona sorte, se ne andò di casa quando il Nostro aveva un anno e morì poco dopo. La madre, tubercolotica, lo seguì a breve. L’orfano, di appena due anni, fu affidato a una famiglia benestante. Da Boston, dove era nato, si trasferì a Richmond dai genitori adottivi. Fece gli studi elementari in Inghilterra dove i tutori si erano temporaneamente trasferiti. Questo soggiorno gli dette per sempre il gusto dell’Europa, dove poi ambienterà la maggior parte delle sue fantasie. Stranamente si fissò sulla Francia che non aveva mai visitato. Le rue parigine, le allée, la Morgue, gli strani cognomi gallici, Dupont, Dupin, Dupond costelleranno infatti i suoi enigmatici capolavori.
L’infanzia innocente del Nostro finì con il ritorno della famiglia a Richmond. Tra ginnasio e liceo, si dette al bere e al gioco d’azzardo. All’università aggiunse il vizio di lasciare debiti che poi il patrigno doveva onorare. Costui, dopo un po’ di questo andazzo, mandò all’inferno il figliastro. Lasciato solo, per sbarcare il lunario, il diciassettenne si arruolò nell’esercito. Per riuscirci, barò sull’età. Per due anni rigò dritto, al punto che fu ammesso all’accademia di West Point. Ma, quando pareva sistemato, fu cacciato da una corte marziale con l’accusa di «grossolana trascuratezza dei suoi doveri».
Visse nella più cupa miseria, scribacchiando senza successo. A 26 anni si incapricciò di una cugina tredicenne, malata di tbc. Per sposarla subornò un testimone che, sotto giuramento, dichiarò che la ragazza ne aveva 21. Finalmente, riuscì a entrare in un giornale, il Southern Literary Messenger, e in breve ne divenne vicedirettore. Si distinse anche per le critiche letterarie taglienti. L’idillio durò un paio d’anni. Poi fu licenziato per ubriachezza. Vagò tra Filadelfia e New York. Lavorò in altri due magazine e dovette ogni volta dimettersi per sregolatezze. Nel tempo libero, che era tanto, scriveva sperando che i posteri lo avrebbero apprezzato. Non immaginava fino a che punto ciò sarebbe avvenuto.
La moglie bambina gli premorì. Nel tentativo di salvarla, il marito si tuffò nel mesmerismo, teoria medico-occultistica del ’700 secondo cui le malattie derivano da squilibri dei flussi energetici universali. La cura consiste nell’applicare dei magneti sul corpo. Una baggianata.
La moglie seguì il proprio destino. Il Nostro fece in tempo a scrivere un racconto mesmerico su un tale signor Valdermar e morì a sua volta nel modo che sappiamo.
Chi era?