Quel numero primo di Flannery O’Connor

Quando un autore diventa un «classico» c’è qualcosa di bello della letteratura che se ne va per sempre. Se ne vanno gli ardori giovanili, le prese di posizione parziali, se ne va quella sana ingiustizia, quel sano settarismo, quel vedere tutto bianco o nero, senza vie di mezzo, che caratterizza l’approccio di un giovane alla letteratura, la folgorazione dell’inizio. Un giovane non incontra mai «la» letteratura, ma sempre questo o quell’autore, che finirà per contrapporsi ferocemente ad altri autori. Dispute interminabili, notturne. Litigi, anche.
Ci sono i classici dell’infanzia, quelli dell’adolescenza e quelli dell’età adulta. Ci sono i classici del teatro e quelli della risata. Proust è un classico, Totò è un classico. Certi tromboni diventano classici mentre sono ancora in vita. Ma Flannery O’Connor (1925-64) è un’altra cosa. Flannery non può diventare un classico. Dedicatele pure un’edizione di lusso, se volete, inseritela in tutte le storie della letteratura, datele un posto, create gli argini opportuni intorno alle sue parole, ma ciò che questa donna - morta a 39 anni dopo tredici di una spaventosa malattia ereditata dal padre, il lupus eritematoso sistemico (LES) - fece nella letteratura è unico e non ripetibile. Tanto da creare ancora imbarazzo nel lettore onesto.
Nata, vissuta e morta in Georgia (tranne qualche breve viaggio occasionale e un soggiorno nel Connecticut presso gli amici Robert e Sally Fitzgerald), Flannery appartiene, storicamente e stilisticamente, alla galassia molto varia ma al tempo stesso ben riconoscibile che comprende William Faulkner, Truman Capote, Carson McCullers, e che un tempo veniva identificata come la letteratura del profondo sud: una letteratura terragna, poco cittadina, in cui vivi e morti, fantasmi e incubi convivono in un unico paesaggio circolare, dal quale è impossibile evadere. Tuttavia lei è un numero primo. Scrisse due romanzi, La saggezza nel sangue (del 1952, ristampato in questi giorni da Garzanti, pagg. 229, euro 17,60) e Il cielo è dei violenti. Il capitolo iniziale di questo romanzo è anche un racconto a sé stante intitolato Non si può essere più poveri che da morti. Ed è soprattutto nei racconti che Flannery mostra la sua abnormità. Basterebbero alcuni titoli, oltre a quelli già citati, a dimostrarlo. Nessuno scrive racconti intitolati Un brav’uomo è difficile da trovare, oppure La vita che salvi può essere la tua, o ancora Incontro tardivo col nemico, o Il negro artificiale se non è uno scrittore molto speciale e, in qualche modo, qualcosa di diverso da uno scrittore così come lo immaginiamo noi.
Noi immaginiamo, ad esempio, lo scrittore - e soprattutto lo scrittore di racconti - profondamente impegnato con la forma del racconto. Da Ernest Hemingway a Raymond Carver ad Alice Munro, la letteratura nordamericana ci ha regalato capolavori immortali nell’arte della narrazione breve (short story). L’impressione invece, leggendo Flannery, è che questa arte - di cui è stata maestra - in fondo non la interessasse più di tanto. Alla domanda «perché lei scrive?» rispondeva abitualmente «perché mi riesce bene». C’era ben altro di cui occuparsi.
Cattolica, cattolicissima, Flannery ancora oggi è indigesta a quel tipo di lettore cattolico che vuole il lieto fine, il trionfo dei valori, e chiede alla letteratura di rappresentare il mondo un po’ presepiale che ha in testa. Tra le verità della fede e la realtà nuda e cruda - quella che è, non quella che vorremmo - per lei non ci sono mediazioni. La Chiesa unisce tutti coloro che dicono sì a Cristo, buoni o cattivi che siano. E il mondo, per quanto orribile, esiste solo come luogo della salvezza o della perdizione.
Nel suo racconto più celebre, Un brav’uomo è difficile da trovare, una donna anziana riconosce il figlio nell’uomo che sta per sgozzarla. In Brava gente di campagna un venditore ambulante di bibbie seduce una ragazza senza una gamba e poi le ruba la gamba, lasciandola sola in un fienile. Nel romanzo La saggezza del sangue ci viene presentato il mondo dei predicatori protestanti, dove l’impossibilità della consacrazione totale a Dio genera una totale incapacità di vivere. Nel racconto La schiena di Parker un ubriacone scioperato, per fare un regalo alla moglie Sarah Ruth, rigida puritana, si fa tatuare sulla schiena l'immagine di Cristo, col risultato di farsi accusare di idolatria.
Leggendo Flannery ci prende un brivido che la letteratura, anche cattolica, conosce pochissimo: il sospetto cioè che il mondo così come crediamo di conoscerlo sia solo l’epifania di qualcos’altro. Nel volto di un bambino uguale allo zio passa come un’ombra il tema della Resurrezione della Carne, una bottiglia di whisky può parlarci dello Spirito Santo, un tatuaggio può svelarci il mistero dell’Incarnazione, incomprensibile ai moralisti.
Ma non sono soltanto le storie di Flannery a colpire, lo è anche il loro andamento imprevedibile, come se qualcosa che il lettore non sa deviasse la massa narrativa verso una direzione ignota. Oggi tutti noi leggiamo libri nati qui e ora, scritti da gente le cui opinioni divergono forse un po’ dalle nostre, ma la cui forma mentis è la stessa. In altre parole, noi sappiamo sempre quello che sa lo scrittore. Qui c’è invece una radicale diversità. I romanzi e i racconti di Flannery O’Connor danno perciò al lettore la possibilità di fare una reale esperienza di lettura, che è sempre un avventurarsi dentro qualcosa che è altro da noi.
La Scuola di Francoforte, negli anni ’30, parlava della filosofia come della «nostalgia del totalmente-altro». Bene, la letteratura, almeno secondo Flannery (e secondo me) è la stessa cosa, esprime lo stesso impulso. Ciò che veramente interessa all’uomo non sono i soldi, il potere o il sesso: sono queste cose, sì, ma per il riverbero di mistero che contengono, e di cui la narrativa è chiamata a fare il ritratto.