Quel palermitano che salvò l’onore della marina Usa

Alberto Sordi si rammaricava di non essere riuscito a realizzare un film che lo vedesse impersonare quell’italiano che, nel 1876, fu il solo sopravvissuto del 7º cavalleggeri del generale Custer, annientato da una coalizione di nativi americani nella battaglia del Little Big Horn. Forse, oggi, un altro attore italiano potrebbe essere affascinato dall’idea di vestire i panni di Salvatore Catalano, il nocchiero palermitano che, all’inizio del secolo XIX, guidò una flottiglia statunitense nella rada di Tripoli di Libia, in un’azione di rappresaglia contro gli Stati barbareschi, colpevoli di ripetuti atti di pirateria contro il traffico americano. Di questa vicenda parla il volume di Giuseppe Restifo Quando gli Americani scelsero la Libia come «nemico» (1801-1805) (Armando Siciliano Editore, pagg. 200, euro 20), ricostruendo nei dettagli quell’episodio bellico, definito dall’ammiraglio inglese Nelson come «il più ardito gesto di eroismo dell’epoca».
Ma quanto accaduto nel porto del Mediterraneo, nella notte del 16 febbraio 1804, era molto più di un semplice esempio di bravura militare. Il forzamento della ben munita città di Tripoli metteva in luce la precoce strategia d’intervento degli Usa fuori dai loro confini. Fu l’Inghilterra a rendere inevitabile il primo intervento americano all’estero, da un lato chiudendo i Caraibi al commercio Usa, che da quel momento si orientò verso il Mediterraneo, e dall’altro lasciandolo alla mercé della guerra di corsa dei raìs nordafricani. Il rifiuto di Londra di concedere protezione al naviglio statunitense spinse, nel 1801, il presidente Jefferson a promuovere una coalizione delle potenze dell’area per la tutela armata della libertà di navigazione. Aderì però soltanto il Regno di Napoli, mentre Francia, Spagna, Portogallo rifiutarono di partecipare.
Fu allora che Jefferson decise l’invio di una squadra al comando del commodoro Richard Dale, per contrastare la pirateria del pasha di Tripoli, Yusuf Qaramanli. Gli scontri si trascinarono fra alterne vicende, fino a quando nell’ottobre del 1803 la fregata americana «Philadelphia» finì incagliata su uno scoglio e si arrese senza combattere. La notizia della cattura di una nave da guerra, con 307 marinai, suscitò un’ondata di indignazione e di patriottismo e costrinse il Congresso ad approvare il Mediterranean fund, una tassa sul valore aggiunto del commercio per finanziare una nuova spedizione. Di lì a pochi mesi, grazie alla perizia del pilota palermitano Salvatore Catalano (poi divenuto capitano di vascello dell’US Navy), il tenente di marina Stephen Decatur, al comando di tre imbarcazioni, riuscì ad entrare nel porto di Tripoli e a distruggere la «Philadelphia», lavando l’onore della Grande Nazione.
Soltanto un anno più tardi gli Usa non si limitarono più ad una semplice azione dimostrativa, ma procedettero all’attacco e alla conquista della città libica di Derna, che venne realizzata da un corpo misto di mercenari arabi, levantini, spagnoli, tedeschi, siciliani, affiancati da un drappello di marines. Avvenuta in un teatro troppo periferico, quell’azione non entrò nell’epopea nazionale statunitense. Nel 1934, però, il neopresidente Franklin Delano Roosevelt decise di far pubblicare i documenti relativi alle US Wars with the Barbary Powers. Difficile escludere che il futuro artefice della Carta atlantica non presagisse già allora che un nuovo «destino manifesto» indirizzava gli Stati Uniti non più soltanto verso il Pacifico, ma anche verso l’antico mare nostrum europeo.
eugeniodirienzo@tiscali.it