Quel papà che ci manca è lo Stato

Dietro i libri di Ammaniti, Riccarelli, Tamaro e Veltroni c’è il fantasma di una lacuna difficile da colmare

Perché alcuni recenti romanzi sono largamente dedicati a un padre scomparso, o che scompare al termine della narrazione? La domanda si è fatta più insistente quando è apparsa la notizia che due importanti film presentati al Festival romano del cinema erano ispirati anch’essi al rapporto padre-figlio. I quattro romanzi di cui parlavo sono tutti per diverse ragioni importanti: Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti (Mondadori), Un mare di nulla di Ugo Riccarelli (Mondadori), Ascolta la mia voce di Susanna Tamaro (Rizzoli), La scoperta dell’alba di Walter Veltroni (Rizzoli). Diversissimi fra loro per stile e qualità letteraria, sono tutti strutturati intorno a una forte tensione nella rappresentazione della figura paterna.
Il romanzo di Ammaniti, è un tour de force di notevole potenza espressiva, anche se oscillante fra un troppo insistito gusto dell’eccesso, dell’intimo e del sordidamente degradato (forse per ottenere maggior successo di vendite) da una parte, e un patetismo di superato stampo pasoliniano dall’altra. Le pagine migliori sono quelle dedicate al colloquio fra il chirurgo Brolli e Cristiano, il figlio di Rino Zena in coma. Tuttavia nel complesso si tratta di un testo con il quale in futuro bisognerà fare i conti.
Il romanzo di Riccarelli, dal titolo rischioso, che sembra giudicare severamente il libro intero, altro non è che un poemetto in prosa, una sorta di panegirico di un padre, «maestro di nodi e sovrano d’inganni», presente ossessivamente quasi in ogni pagina del libro. Ne risulta infine una monotona apoteosi, all’interno della quale si rivela in alcune pagine la maestria dell’autore, messa in luce nel suo precedente romanzo Il dolore perfetto: ad esempio in quelle del rabbonimento dei soldati tedeschi all’udire le imitazioni di voci diverse emesse dagli ingegnosi marchingegni del personaggio Tonio.
Una bella sorpresa è il romanzo della Tamaro, un testo di un’intensità ideale e stilistica cui da tempo non eravamo abituati, ma che tuttavia si allenta proprio dove le convinzioni ecologiche, tutte pienamente condivisibili ed encomiabili, vengono espresse distesamente dal personaggio Miriam, senza essere metabolizzate in «materia letteraria»: anche la lunghissima lettera del padre scomparso appare espositiva di ciò che invece avrebbe forse dovuto essere narrativamente vissuto. Vale la pena, in ogni modo, segnalare al lettore lo splendido inizio del libro, ove l’angosciante abbattimento e sradicamento di un albero si trasforma in un brano di straordinaria efficacia stilistica ed emotiva.
Il romanzo d’esordio di Walter Veltroni ha i pregi e i difetti di un lungo racconto probabilmente scritto tutto d’un fiato: è fluido, trasparente, leggibilissimo, sinceramente commosso, ma nel complesso appare più come una prima anche se accurata stesura, cioè come un buon canovaccio per un successivo testo ove i personaggi assumano una maggiore pregnanza psicologica, e le fuggevoli anche se sincere emozioni acquistino anche una profondità che ora appare solamente sfiorata. Ma vi sono pagine letterariamente compiute come quelle, solo per fare due esempi, ove l’autore racconta le emozioni «domenicali», il pranzo affrettato, lo stadio ancora deserto di spettatori, il prato verdissimo e deserto, dove fra poco si batteranno gli atleti di due squadre di football, o anche l’incontro rivelatore della sorte e della sinistra partecipazione del padre scomparso all’uccisione di un collega e il drammatico dialogo fra il protagonista Giovanni e la bibliotecaria ex-brigatista.
Ma torniamo alla domanda iniziale: perché tanti padri, nella narrativa recente (e nel cinema non solo italiano)? Non sono né un sociologo né uno psicologo, ma credo di poter rispondere, alquanto genericamente invero, ma forse non erroneamente, che, se gli scrittori e i registi si occupano con tanta insistenza dei padri, è segno che essi ne sentono la mancanza non solo nel contesto della loro e dell’altrui famiglia, ma anche in quello che dovrebbe essere, e non è, il padre illuminato, severo ma anche esemplarmente provvido e comprensivo di tutti, e cioè lo Stato. Ma si badi, non lo «Stato forte», bensì quello rappresentato da una classe politica pienamente affidabile, cioè trasparente, non rissosa, ferina nei propositi, che scaturiscono dai bisogni prima che dalle aspirazioni egoistiche della gente.
I politici leggano dunque più romanzi e meno trattati. Impareranno qualcosa di più del popolo che essi governano e soprattutto della società che li esprime con il voto. E ricordino che Marx diceva di aver imparato più dai romanzi di Balzac che dagli storici ed economisti del suo tempo.