Quel «Pasticciaccio» linguistico fra Belli e Gadda

Per il racconto ambientato in via Merulana lo scrittore studiò il poeta romanesco. Ma poi ricorse all’aiuto del contemporaneo Mario Dell’Arco

In letteratura, vi sono rapporti e filiazioni che prescindono dall’aspetto estetico. Simpatie e relazioni, anche a distanza di secoli, possono nascere da percezioni irrazionali, da un sentimento di parentela emotivo o da analoghe sensibilità. Questo genere di comunione univa Giuseppe Gioachino Belli a Carlo Emilio Gadda, il primo spietato descrittore di una plebe oppressa e rancorosa, il secondo cinico analista di un’umanità incancrenita nel caos di un universo labirintico. Ma Belli - l’impiegato dello Stato pontificio - e Gadda - l’ingegnere elettrotecnico - avevano anche altre affinità coagulate intorno al cantiere della lingua, esplosa all’interno delle opere dei due come il tragico e grottesco pasticcio della vita quotidiana. Belli presenta la Roma del suo tempo e la Chiesa come «un arberone,/solo ar monno, e oramai tutto tarlato», uno spettacolo fatiscente di allucinazioni e volgarità senza prospettiva di redenzione; Gadda dipinge la nevrosi contemporanea, l’«imbecillaggine» dilagante in una «realtà merdosa». Ma entrambi si servono di una lingua violenta e acuminata, con cui investire la macabra e barocca miseria del presente.
Non sorprende allora che nella biblioteca dello scrittore milanese fossero conservate ben tre diverse edizioni delle poesie di Belli (tra le quali quelle curate da Vigolo e Moravia). Del resto, basta una lettura superficiale del suo capolavoro, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, a tradire uno studio attentissimo dell’opera del poeta romanesco. Nel disordine del mondo gaddiano, il mosaico dei linguaggi lascia spazio alla combinazione di latinismi, termini tecnici, voci del quotidiano, invenzioni e alterazioni. In questo sperimentale calderone, il dialetto svolge una funzione essenziale, come dimostra l’attenzione maniacale a cui lo scrittore si dedicò nel cogliere, attraverso la parcellizzazione dei linguaggi, la fisiologica frammentarietà del reale.
Per conferire al romanesco l’aspetto di una lingua parlata da un trasteverino doc, Gadda si servì di un collaboratore d’eccezione. Ciò accadde quando, già pubblicata fra il 1946 e il 1947 una prima redazione del Pasticciaccio sulle colonne della rivista Letteratura, ne allestì una seconda edizione, in volume, edita nel 1957 da Garzanti. Il romanesco usato nel romanzo (insieme al napoletano e al molisano) conobbe infatti, tra le due versioni, una vera e propria riscrittura, a cui prestò determinante contributo una delle voci più innovative della poesia dialettale novecentesca, Mario Dell’Arco. A documentare lo svolgimento e gli esiti di questa consulenza è ora una ricerca di Giorgio Pinotti edita negli Studi su Mario Dell’Arco, curati da Franco Onorati con Carolina Marconi (Gangemi Editore, pagg. 207, s. p.) e promossi dal Comitato per la celebrazione del centenario del poeta romano e dal Centro Studi G.G. Belli.
Si trattò di una revisione lunga e resa improba dalla puntigliosità di Gadda e dalla sua scrupolosa volontà di licenziare il volume senza i refusi che infarcivano le parti dialettali dell’edizione pubblicata in rivista e delle prime bozze inviategli da Livio Garzanti: «La correzione delle bozze, primavera del ’57, ci ha intricato in un tal forteto, in un tal marrucheto, da vederne fiorir per tutto, con le spine e il sangue, il fiore attossicato della disperazione, della rinuncia», scriverà più tardi. La rivoluzione che Gadda operò grazie al suo «consulente» investì infatti vari piani: da quello grafico, che venne adeguato alla corrente ortografia dell’italiano, in modo da favorire la comprensione anche ai lettori non romani, a quello linguistico, che fu purgato da errori, ma anche da artifici, fiorentinismi e calchi del milanese che rivelavano l’opera di uno scrittore che romano non era. Il risultato fu che il dialetto della nuova edizione del Pasticciaccio risentì meno degli effetti di uno studio troppo libresco e plasmato sulla lezione di Belli, aprendosi al parlato e ad una stratificazione che lo rendeva più plausibile. Non mancano certo le voci tradizionali (cojonella, intorcinà, mammone, pupazza), ma accanto a queste fanno capolino espressioni - come appizzà, buraccione, intruppà e parannanza - che non sono attestate nell’opera di Belli: indizio di un lavoro articolato che, come scrive Pinotti, «solo un poeta raffinato come Dell’Arco avrebbe potuto sovrintendere».
«Spesso rifiutava il mio intervento, lasciando alcuni vocaboli come gli risultavano all'orecchio», dirà poi Dell’Arco, ridimensionando le conseguenze della sua preziosa assistenza. E tuttavia, Gadda ricorse di nuovo a lui quando supervisionò la sceneggiatura e il parlato del film che Pietro Germi ricaverà dal Pasticciaccio nel 1958 e quando l’anno successivo trascrisse in italiano le parti dialettali per la traduzione francese del romanzo.