Quel «patto d’acciaio» sulle leggi razziali

Alla fine degli anni ’30 la svolta antisemita indusse i giuristi italiani ad adeguare il nostro diritto privato a quello di tipo nazista

Il dramma e la vergogna delle leggi razziali italiane non cessa di essere presente nel dibattito storiografico. Questo tema è stato rilanciato da un recente seminario sull’intellettuale antisemita svoltosi, tra Salò e Gardone Riviera, nello scorso settembre e la cui eco, sulla stampa quotidiana, si è tramutata soprattutto in un generale atto d’accusa contro il volume di Giorgio Fabre Mussolini razzista (Garzanti, 2003), al quale si è rimproverato di aver voluto fare del Duce degli italiani il portatore di una sistematico antisemitismo, fin dagli anni della sua giovinezza e molto prima della svolta delle leggi razziali del 1938.
A questa critica, poco, in realtà, c’è da obiettare, visto e considerato che Mussolini fu soltanto impregnato di un vago atteggiamento antigiudaico che, da buon socialista, aveva succhiato nella culla della sua formazione culturale, grazie alla lettura dei testi di Proudhon. Di questa insofferenza per il popolo di Giuda, occorre aggiungere, pochi esponenti politici e intellettuali che si formarono nel torbido clima della fine del XIX secolo furono del tutto esenti. Non Salvemini, che non risparmiò durante la Grande Guerra i suoi strali contro la «bancocrazia» ebraica e tedesca. Non Croce, che ancora nel 1947 accusava le vittime della Shoah di aver fornito, con il mito del «popolo eletto», lo strumento ideologico che avrebbe provocato la carneficina nei loro confronti.
Ma evidentemente non era, quello di Croce, un antisemitismo paragonabile a quello di Hitler, Goebbels, Rosemberg. Né lo era, ci perdonino le anime belle il raffronto, quello di Roberto Farinacci, che in un libello del 1939 rivendicava a Mussolini il diritto di primogenitura nei confronti del razzismo nazista, limitandosi però ad elencare, per rafforzare quella ipotesi, gli antichi luoghi comuni della polemica di Gerolamo, Tertulliano e altri padri della Chiesa, contro la «stirpe deicida».
Continuare però a parlare dell’antisemitismo di Mussolini (che sicuramente non fu tale e, se lo fu, lo fu soltanto in modo rapsodico, non sistematico, politico, piegato cioè alle esigenze di impedire nell’Italia coloniale il diffondersi del meticciato e di dare corpo alle velleità antiborghesi del regime) risulta alla lunga improduttivo e persino ozioso. Poco ci interessa, infatti, esibire, come ha fatto Sergio Luzzatto, l’arcinota lettera di Mussolini alla sorella Edvige, dove si affermava, nel pieno della campagna razziale, che «in Italia la faccia del razzismo è cosa tanto importante nella sua apparenza politica, quanto priva di peso nella sua sostanza reale». Poco ci preme farlo, se questo documento ci impedisce di apprezzare la reale svolta antisemita che si verificò in Italia alla fine degli anni Trenta, e che non riguardò soltanto giornalisti di regime (Telesio Interlandi), confusi profeti intellettuali (Julius Evola) e tantissimi sventurati aderenti alle organizzazioni giovanili fasciste. Quella scelta sventurata interessò anche una parte consistente del mondo giuridico italiano, che volonterosamente cercava di adeguare, proprio sul nodo del problema razziale, il nostro sistema di diritto privato (quello che cioè più incide nella vita del comune cittadino, nei rapporti economici, commerciali, finanziari, lavorativi, familiari, personali, sessuali) con l’apparato legislativo nazista.
Di questo ci parla la pionieristica ricerca di Angelo Somma comparsa nella prestigiosa collezione editoriale del Max-Planck-Institut, di Francoforte: I giuristi e l’asse culturale Roma-Berlino. Economia e politica nel diritto fascista e nazional-socialista (Klostermann, euro 40). Un libro importante, senza dubbio, attraverso le cui documentatissime pagine è possibile ripercorrere la vicenda della costruzione e dello sviluppo dell’Asse culturale Roma-Berlino. All’alleanza militare, sancita dal Patto d’acciaio, faceva seguito, nel novembre del 1938, la stipula di un articolato accordo, che prevedeva disposizioni relative «al mantenimento di enti culturali e scientifici, creati di reciproco accordo, per diffondere la conoscenza della cultura dell’altro paese, in omaggio allo spirito dell’intesa italo-tedesca».
Il protocollo non rimase lettera morta e determinò la creazione del Comitato per le relazioni giuridiche tra Italia e Germania, il cui obiettivo era formulare risoluzioni comuni che, pur non avendo «la portata di formule legislative», dovevano condurre all’equiparazione giuridica tra le due nazioni. Nel secondo convegno del Comitato, svoltosi a Vienna nel marzo del 1939, veniva posta all’ordine del giorno la questione razziale. In quell’assise i due relatori italiani, Carlo Costamagna e Leopoldo Piccardi, rivendicavano la necessità di superare la connotazione spiritualista dell’ideologia razziale per una più decisa definizione di carattere biologico, simile a quella elaborata dalle famigerate leggi di Norimberga del 1935, che si basavano sul «fenomeno genetico della trasmissione ereditaria».
In questo modo il razzismo italiano, che dati i suoi più tradizionali presupposti sarebbe potuto restare un semplice razzismo di segregazione e di apartheid, come quello sperimentato da tutte le potenze europee nelle loro colonie, si avvicinava, almeno sul piano concettuale, al «razzismo d’annientamento» del Reich. Artefici di quell’avvicinamento erano anche giuristi che nel secondo dopoguerra avrebbero trovato la loro collocazione nell’arco dei partiti democratici del nostro Paese, come accadde proprio a Piccardi, il quale, insieme a Leo Valiani, Guido Calogero, Ernesto Rossi, avrebbe dato vita, nel 1955, al Partito radicale, per poi divenirne segretario.
Ulteriore merito della ricerca di Somma è ricordarci gli autori di quei crimini intellettuali, nei riguardi dei quali troppo a lungo la storia è stata smemorata.
eugeniodirienzo@tiscali.it