Quel peccato originale della Federal Reserve

La storia. Nel 1910, su un’isola della Georgia, nasceva in gran segreto la banca centrale americana. Ufficialmente pubblica, ma di fatto privata. Privatissima<br />

Faceva freddo, quella notte del 22 novembre 1910 alla stazione di Hoboken, nel New Jersey. Ma più che dai brividi, i cronisti costretti a fare la guardia al barile per la rubrica «chi arriva e chi parte», erano percorsi da una fastidiosa senzazione: «Qualcuno ci ha fregati». Nonché dall’inconsapevole certezza di aver “bucato” una notizia. E proprio così era successo: a quei reporter mondani era sfuggita la storica occasione di raccontare il primo passo verso la nascita della Federal Reserve, la banca centrale americana. Sarebbero passati anni, prima che la verità venisse a galla.

Sette big Sotto i loro nasi, a pochi minuti l’uno dall’altro, erano sfilati sette tra gli uomini più potenti del mondo finaziario. Nell’ordine: il senatore repubblicano Nelson Aldrich, capo della Commissione Monetaria nazionale; A. Piatt Andrew, assistente del Segretario al Tesoro; Frank Vanderlip, presidente della City National Bank di New York, nonchè braccio destro di William Rockefeller; Henry P. Davidson senior, partner anziano della JP Morgan Company e indiscusso alter ego di mister John Pierpont Morgan in persona; il suo collega Benjamin Strong, capo della JP Morgan Bankers Trust; Charles D. Norton, presidente della First National Bank di Manhattan e Paul M. Warburg, partner della Khun, Loeb & Company, rappresentante delle famiglie Warburg e Rotschild in Europa.

Via, verso Sud. Non a caso, avevano deciso di partire da una stazione defilata, rispetto a Manhattan. E per depistare i curiosi, erano arrivati esibendo valigie e custodie per fucili da caccia. Poi erano saliti su un piccolo convoglio privato, dalle tendine abbassate, che li attendeva con la vaporiera in tiro su un binario secondario. Quindi un fischio, e via nella notte. Dopo un migliaio di miglia verso Sud, erano scesi a Brunswick, in Georgia, capitale mondiale della pesca ai gamberi. Di lì, in battello, avevano raggiunto Jekyll Island, selvaggia isola subtropicale divenuta dal 1886 l’invidiabile resort privato delle più danarose famiglie dell’establishment Usa: dai Morgan ai Vanderbilt, dai Pulitzer ai Carnegie, dai McCormick ai Rockefeller. Era bastata un’inezia, un assegno di 125mila dollari versato agli storici proprietari, la famiglia Du Bignon – piantatori di cotone decaduti perché rimasti senza schiavi - e quel paradiso era diventato loro.

Il Club dei nomi propri Per i quindici giorni che i sette avrebbero dovuto fermarsi a Jeckyll, erano stati mandati in vacanza forzata tutti i cuochi, i camerieri e le sguattere abitualmente di servizio nelle lussuose mansion, sostituiti da avventizi. Forse inesperti nel servire, ma quel che più contava del tutto all’oscuro di chi fossero quei signori del Nord. E per ulteriore segretezza, i sette si erano dati una regola, divenuta per gioco un Club, quello dei nomi propri. Nel senso che si sarebbero chiamati soltanto per nome, senza lasciarsi mai sfuggire uno qualsiasi di quegli ingombranti cognomi.

Panico a Wall Street A questo punto, un breve passo indietro. Due anni prima, nel 1908, il presidente Theodore Roosvelt aveva dato vita alla Commissione monetaria, mettendovi a capo proprio il senatore Aldrich. La Casa Bianca era intervenuta sull’onda del devastante Bankers Panic del 1907, quando in un niente la Borsa aveva perso il 50% del valore. Questo perchè su un’economia in recessione erano andati a sovrapporrsi i fallimenti di diverse banche e società di intermediazione. Provocati – la storia si ripete, ma senza insegnare mai nulla! – dal precipitoso ritiro dal mercato di titoli a rischio elevato. Dopo aver girato per due anni, a scopo di studio, la vecchia Europa delle banche centrali, spendendo circa 300mila dollari dei contribuenti, Aldrich era atteso dal Congresso con una soluzione che potesse dar vita a una riforma bancaria in un Paese che vedeva però come fumo negli occhi la sola idea di una strapotente banca centrale.

Un privatissimo segreto Quello di Jeckyll Island non sarebbe stato però un segreto di Stato. Bensì privato. Privatissimo. Quei marpioni in trasferta carbonara avevano un preciso mandato di “bottega”: dar vita a un’istituzione superiore che sotto una veste pubblica fosse in realtà la loro precisa espressione, in modo da continuare a garantire a pochi banchieri d’affari la mano libera di cui avevano goduto fino a quel momento. Al senatore Aldrich, navigato legislatore, spettava di “tradurre” quel testo di riforma in modo tale da farlo passare indenne sotto gli occhi di un Congresso del tutto all’oscuro di quella spedizione. Congresso che della nascitura Federal Reserve (la chiamarono così per non usare la deprecata espressione Central Bank) avrebbe avuto sì il formale controllo, ma i cui vertici sarebbero stati scelti di fatto dalle banche.

Verità tardiva Andò proprio così. A rivelarlo, solo sei anni più tardi, fu un giovane reporter di talento, Bertie Charles Forbes, futuro fondatore della rivista economico-finanziaria che porta ancor oggi il suo nome. Sta di fatto che la verità venne a galla solo a cose fatte. Nel frattempo, il 23 dicembre 1913, su proposta del presidente Woodrow Wilson e con l’ok del Congresso, era nata ufficialmente la Fed. Come banca centrale, ma senza il coraggio di dirlo. Crescendo – va detto - è molto cambiata come testimoniano gli oltre 200 emendamenti apportati finora alla sua legge istitutiva. Emendamenti che le hanno lasciato però il pudore di non menzionare ancor oggi, nemmeno nel sito Internet, alla voce «History», quel summit segreto che le diede vita. Insomma, quel suo peccato originale consumato all’ombra delle querce secolari di Jekyll Island. Un luogo peraltro bellissimo, dove peccare.