Quel pezzo di Sahara in mezzo all’Atlantico

In viaggio in un paradiso incontaminato dove non arriva ancora il turismo spietato e la miseria inizia ad andarsene. Eppure quest’equilibrio non può durare...

Immaginate un pezzo di Sahara scagliato, dalla mano imperiosa della natura, in mezzo all’Atlantico. L’isola di Boa Vista si chiama così perché il marinaio portoghese che la vide per primo, nel 1480, urlò da pennone «Buona vista!», invece dell’usuale «Terra in vista!». Aveva ragione: se il territorio desertico dell’interno, dove sorgono dal niente poche piante di dattero, è più suggestivo che ameno, sono stupende le spiagge bianchissime e incorniciate dalla vegetazione e dal mare, che gareggiano nei toni del verde più squillante. Grande tre volte l’isola d’Elba, con 4000 abitanti, Boa Vista ha quasi sessanta chilometri di spiagge ancora oggi quasi immacolate, intatte.
Non sono solo le spiagge a conservare la loro purezza quieta. Anche la popolazione, poche migliaia di abitanti, non è corrotta dai flussi del turismo, dalla prostituzione, dalla rottura di abitudini e ritmi vecchi di secoli. Un episodio minimo mi ha dimostrato che qui il turista è ancora un ospite gradito, prima e più che una fonte di ricchezza: una cameriera dell’unico villaggio turistico presente nell’isola, riordinandomi la stanza, metteva un mio piccolo peluche portafortuna in mezzo al letto, fra i due cuscini, con un gesto antico e familiare che sa di una cultura antica e naïf, di un’accoglienza affettuosa e gentile.
Una volta la maggiore ricchezza di Boa Vista era il sale, tanto che il minuscolo capoluogo si chiama Sal-Rei, sale re. Fra poco i re portatori di benessere saranno i visitatori europei, attirati nell’isola dall’aeroporto internazionale inaugurato da poco, che permette voli diretti, appena cinque-sei ore da Roma o Milano. È un curioso edificio, che dall’esterno sembra un fortino sahariano, e dall’interno un accampamento, tutto tende e aria aperta. Dopo la sua costruzione, i prezzi degli appartamenti sono passati da 1000 euro al metro quadro a 1500-1700. Cifre ancora ridicole per gli europei, e le coste dell’isola sono già punteggiate di gru, di nuovi edifici.
Ci vorranno almeno dieci anni, però, prima che Boa Vista diventi, da uno degli ultimi paradisi incontaminati vicini all’Europa, un luogo turistico come tanti. E mi sembrano sterili le immancabili recriminazioni di chi lamenta la futura contaminazione di questo luogo incantato. È inevitabile l’incontro, in reciproca esultanza, fra i visitatori bisognosi di natura selvaggia e capoverdiani bisognosi della ricchezza e del lavoro che quella natura può portare. Per loro sarà molto più vantaggioso fare i padroni di casa agli ospiti che i domestici nelle nostre case: oggi, una delle principali fonti di reddito di Capo Verde sono le rimesse degli emigranti e delle donne che vengono da noi come domestiche. Oltre 70.000 capoverdiani, più del doppio della popolazione residente, vivono all’estero. Non si vede, però, quella povertà disperata che in altre zone del Terzo Mondo affligge i visitatori meno cinici. Grazie anche agli aiuti dell’Unione Europea, nel giugno del 2007 Capo Verde è uscito dalla lista dei Paesi Meno Sviluppati, secondo Paese dei cinquanta originali a uscire da questa classifica, dopo il Botswana. I bambini, dignitosi, non si avventano sugli stranieri per chiedere questo o quello, ma li guardano con curiosità tranquilla.
La repubblica di Capo Verde è indipendente dal 1975, dopo la lunga dominazione portoghese e una breve unione con la Guinea Bissau. A cinquecento e passa chilometri dalle coste orientali dell’Africa e sulla rotta per l’America latina, l’arcipelago - composto di dieci isole maggiori e molti isolotti - fu a lungo uno scalo intermedio perfetto fra Europa e Sudamerica, nonché un centro per lo smistamento degli schiavi razziati sulla costa africana. Ancora oggi la popolazione è formata per la maggioranza da creoli e meticci, e per quasi un terzo da neri discendenti degli schiavi. Cattolici e di lingua portoghese, i capoverdiani sono una singolare mistura di Africa, Europa e Brasile e lo si sente bene nella loro musica, come nella cucina.
Non ci sono conflitti religiosi né politici, in una giovane e quieta democrazia che si divide, come da noi, in un centrosinistra e in un centrodestra. Anche qui c’è stato un delitto, recente, che ha offuscato l’immagine di Capo Verde: l’uccisione di due ragazze italiane nell’isola di Sal. Ma fu un episodio di cronaca nera che avrebbe potuto avvenire ovunque e che ha sconvolto anzitutto la popolazione locale. Non occorrono vaccini e il fuso orario con l’Italia è di due ore soltanto. Il clima è costante tutto l’anno, fra i 25 e i 29 gradi di media, sempre asciutto per la mancanza di piogge e per il vento Harmattan proveniente dal Sahara. E sono numerosi gli italiani che hanno scoperto la cura naturale ideale per l’artrite, guarita facilmente dal clima. Un discreto numero di nostri pensionati si sono trasferiti qui, dove il reddito medio è basso e l’euro ha uno straordinario potere d’acquisto.
Molti italiani hanno sposato donne locali, e si sono fermati. Uno, di Bolzano, ha aperto a Sal-Rei un piccolo albergo di otto camere, il «Migrante» con un curioso stile tropicaltirolese. «La vita qui è dolce», dice guardando con amore la sua giovane sposa e il suo bambino creolo. Dolce, sì, ma è pur vero che la speranza vita media è ancora di gran lunga inferiore a quella occidentale e che l’analfabetismo è del 24 per cento. A Boa Vista, come nelle altre isole, la gente spesso si sposta a piedi, lungo strade spesso sterrate, le donne portando sulla testa ogni genere di carico, mentre asini minuscoli oziano per tutta l’isola insieme a capre grandi quasi quanto loro.
Sono gli animali più esotici, però, a commuovere i turisti. Le balene si aggirano non distanti dalle spiagge: è qui che si accoppiano, si proteggono durante la maternità, è qui che fanno nascere i loro cuccioli e li addestrano al lungo viaggio nell’Atlantico verso l’Islanda e la Norvegia; durante la stagione degli amori si possono sentire dalla spiaggia i canti dei maschi che cercano di sedurre le femmine.
I delfini circondano ogni isola, e spesso vengono a morire sulle spiagge di Boa Vista: perché disorientati dai radar dei sottomarini, pare, ma preferisco pensare che scelgano per l’ultimo viaggio quelle spiagge vaste come un mare. Di certo, specie rarissime di tartarughe vengono a migliaia in primavera e in estate per depositare al sicuro le loro uova, uno spettacolo ancora più commovente di quello delle balene. Su una spiaggia di Boa Vista è venuta a morire, quarant’anni fa, anche una grossa nave. Il relitto di ferro è ancora lì, nido d’ogni genere di pesci e molluschi, unico segno umano per decine di chilometri di spiaggia. E ci si sente davvero come Lawrence d’Arabia arrivando in quel punto dopo avere attraversato in jeep il minuscolo – ma impressionante – Deserto de Viana.
Lo scrittore Germano Almeida - il capoverdiano più famoso nel mondo, nato a Boa Vista - ha scritto che la caratteristica principale della sua gente è «di non fare adesso quello che si può fare più tardi». Invidiabile stato d’animo che non possiamo condividere né nella nostra vita quotidiana né progettando un viaggio a Boa Vista: bisogna affrettarsi per vederla com’è adesso, e come non sarà più fra qualche anno.
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