Quel retrogrado che vinse il Nobel nel ’68

Altro che sartre e gli intellettuali impegnati: nell'anno della contestazione a vincere fu Yasunari Kawabata, un vecchio nipponico &quot;tradizionale&quot;. Nel racconto inedito <em>La bellezza sfiorisce</em> presto la sua estetica della morte

«Se dovessi dire/ cosa è il cuore umano/ è il suono del vento fra i pini/ disegnato su un rotolo/ a inchiostro». Scritta dal monaco zen Ikkyu Sojun (1394-1481), questa poesia potrebbe essere il «manifesto» della Scuola della nuova sensibilità giapponese, sviluppatasi negli anni Venti del secolo scorso intorno alla rivista Bungei jidai. Di sicuro è il biglietto da visita del pesce più grosso che in quella corrente, come un argenteo, guizzante salmone, risalì, spinto dal richiamo dell’arte, alle fonti della letteratura nipponica: Kawabata Yasunari (1899-1972).

Doveroso fu quindi, per Kawabata, citare quei versi nella splendida lectio magistralis cesellata a Stoccolma, nel 1968, dopo aver ricevuto il Nobel per la Letteratura. Il Sessantotto delle barricate, della «fantasia al potere», della contestazione alle autorità di fatto e di diritto, non turbò dunque i sonni degli accademici svedesi. O forse sì... Forse fu per tagliare la testa al toro occidentale perdutosi nel labirinto della modaiola trasvalutazione di tutti i valori che decisero di guardare a Oriente, premiando, 55 anni dopo Rabindranath Tagore, un uomo dell’altro mondo. Quarant’anni dopo, può essere utile ricordarlo, a futura (e presente) memoria...

Anche perché, come spesso accade ai grandi, il ritorno alla tradizione, in Kawabata, assume il significato di una ciclica, naturale, inarrestabile rivoluzione. Basti pensare a quella miscela di simbolismo e sinestesia che innerva gran parte della sua produzione, partendo dai racconti giovanili per giungere al testamento spirituale ed estetico della sua ultima prosa: Voce di bambù fiori di pesco, datato 1970. Che si apre così: «La voce del bambù, i fiori di pesco... quand’era giunto a pensare che fossero dentro di lui? Ormai non si limitava più a udire la voce del bambù, a vedere i fiori di pesco, ora vedeva anche la voce del bambù e udiva i fiori di pesco».

D’altra parte, gli ideogrammi sono l’anello di congiunzione fra sensazione e parola scritta, e ciò spiega il vantaggio di cui godono cinesi e giapponesi nell’attingere a un ventaglio di significati dalle molteplici sfumature che noi occidentali fatichiamo a cogliere. Sappiamo che a Kawabata piaceva immergersi nella pittura delle pagine, e non a caso preferiva, dei propri lavori, quelli in cui la brevità è direttamente proporzionale all’intensità. «Di tutte le mie opere - diceva -, quelle a cui sono più legato, che amo di più e che più vorrei far conoscere, sono i racconti in un palmo di mano». I suoi, più che capitoli o anche soltanto capoversi, sono disegni, come quelli che compaiono nei tokonoma (letteralmente: posto della bellezza) delle stanze del tè o sui kimono.

E proprio la donna, preferibilmente giovane e giovanissima, è, in Kawabata, l’epicentro dal quale si diffondono, di volta in volta, stati d’animo che accendono la memoria, pulsioni erotiche diluite nell’attesa, proiezioni in un futuro di oblio e dissoluzione. La femmina, con i suoi odori e i suoi colori, la sua gestualità e la sua voce, è il filo conduttore che egli ha cura di tenere sempre ben teso. L’ennesima conferma ci viene dal racconto La bellezza sfiorisce presto, pubblicato recentemente da SE in prima edizione italiana nel volume omonimo che comprende anche il già citato Voce di bambù fiori di pesco e Maestro di funerali (pagg. 138, euro 17,50, a cura di Ornella Civardi, con una bella appendice iconografica). Uscito in Giappone nel novembre del ’33, il racconto precede di quasi trent’anni La casa delle belle addormentate, ma una lettura ravvicinata evidenzia una contiguità sorprendente. Il Kawabata giovane e quello maturo si tengono per mano, avanzano paralleli alla scoperta del mistero femminile.

La bellezza sfiorisce presto è quasi un giallo, quasi un legal thriller, quasi un diario. Due ragazze che vivono insieme vengono uccise da un conoscente e il Narratore, che delle fanciulle era garante e tutore, narra la vicenda con una partecipazione morbosa, lasciando intuire una certa qual consonanza con l’assassino: «Mi piacerebbe forse vedere questo delitto come qualcosa di estraneo alla sua \ vita, qualcosa di slegato dalla sua esistenza, insomma quest’unico gesto come per incanto sospeso nel vuoto, un fiore di solo fiore senza radici né foglie, una luce di sola luce senza sostanza: così vorrei vederlo». Dialogando con se stesso, il Narratore giunge a dire che: «Se si convenisse di non perseguire la colpa, forse gli uomini conoscerebbero la felicità». La morte come valore estetico, come fiore fluttuante nello spazio, è una tentazione cui è difficile resistere...

E l’idea di morte come meta di un percorso estetico sorregge anche la scansione delle visite del vecchio Eguchi alla Casa delle belle addormentate, una specie di bordello in cui anziani impotenti possono giacere accanto a ragazze tutte rigorosamente (e profondamente) addormentate dalla tenutaria. Il sessantasettenne Eguchi esplora con le mani e con la mente quei corpi illibati, vorrebbe destarli per poter mettere alla prova la propria sopita (o già defunta?) virilità. Ma il sonno delle belle è una parodia della morte, alla quale non può che arrendersi con in bocca il gusto amaro del rimpianto...

Uscito a puntate sul mensile Shincho dal gennaio ’60 al novembre ’61, La casa delle belle addormentate è seguito, fra il gennaio ’61 e l’ottobre ’63, su Fujin koron, dal romanzo Bellezza e tristezza. Qui il reincontro, a molti anni di distanza, fra lo scrittore Oki e la sua ex amante (allora poco più che una bambina) Otoko che da lui ebbe una bimba morta in culla, innesca un turbine di sentimenti che coinvolgono Keiko, allieva e amica intimissima di Otoko, Taichiro, figlio di Oki, e Fumiko, moglie dello scrittore. Anche qui l’amore è motore di perdizione. Anche qui l’irrisolta combinazione di personalità conflittuali sfuma in una nebbia esistenziale.

Esistenziale? Non è un aggettivo sessantottino estraneo al decadente Kawabata? Sì, anzi no. «L’essere umano riesce a vivere perché si accorge di saperne di più sulla morte che non sulla vita». Non l’ha scritto Sartre. L’ha scritto, nel 1933, nel saggio Gli occhi negli ultimi istanti, quel retrogrado di Kawabata Yasunari, premio Nobel nel 1968.