Quel tragico finale che consegnò Dorando Pietri alla storia

Il 24 luglio 1908 l'atleta italiano corre la maratona alle Olimpiadi di Londra. A pochi metri dal traguardo, stremato, cade, viene sorretto dai giudici di gara e per questo poi squalificato. E commuove il mondo, viene ricevuto dalla regina inglese e partecipa alle più importanti competizioni internazionali, guadagnando somme enormi per l'epoca

È indubbiamente il più grande «perdente di successo», entrato nella leggenda grazie a una clamorosa sconfitta, davanti alle prime rudimentali cineprese a manovella. Tremolanti immagini in bianco e nero di un omino baffuto, ubriaco di fatica che cade cinque volte e cinque volte viene rimesso in piedi dai giudici di gara. E per questo poi squalificato. Era il 24 luglio 1908 e quella tragica finale della maratona alle Olimpiadi di Londra fa entrare Dorando Pietri nella leggenda. I giornali dell'epoca lo trasformano in eroe, facendogli guadagnare fama e onori. E un bel gruzzolo, che mai avrebbe ottenuto con una «banale» vittoria.

Dorando Pietri, e non Petri come spesso è citato, nasce a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, il 16 ottobre 1885, da un famiglia di contadini che nel 1897 lascia i campi per aprire un negozio di frutta e verdura nella vicina Carpi. Narra la leggenda che a 19 anni assiste a una gara di Pericle Pagnani, il più forte maratoneta italiano, e gli si mette alle costole, reggendo il suo passo fino al traguardo. Da allora inizia a correre regolarmente e già pochi giorni dopo giunge secondo a una 30 chilometri disputata a Bologna. Poi fu un crescendo di successi. Nel 1905 vince la 30 chilometri di Parigi e l'anno dopo la qualificazione per i Giochi olimpici intermedi di Atene.

Dopo altre strepitose vittorie, appare subito chiaro che l'omino di Correggio, alto appena 1.59, sarebbe stato protagonista delle imminenti Olimpiadi di Londra. Alle 14.33 del 24 luglio del 1908 insieme ad altri 55 atleti, scatta al via dato davanti al castello di Windsor dalla principessa della Galles Mary di Teck, futura moglie di re Giorgio V. Il ritmo è subito sostenuto e stronca molti concorrenti. Per gran parte della corsa, Pietri si tiene prudentemente nel gruppone, poi negli ultimi chilometri parte all'attacco. La sua inarrestabile progressione lo porta a recuperare e superare tutti gli atleti, prendendo solitario la testa. A un chilometro dal traguardo, quando il suo distacco sul secondo appare incolmabile, la crisi. Pietri inizia a rallentare, la sua falcata si fa sempre meno fluida. Gli ultimi 500 metri vengono percorsi quasi camminando. Fino al drammatico ingresso alla stadio. L'atleta ha ormai consumato la sua ultima stilla di energia, sbaglia senso di marcia, viene fatto ritornare sui suoi passi. Poi inizia a barcollare. A 200 metri la prima caduta, i giudici di gara, cronometri, medici accorrono e lo aiutano a rialzarsi. Pochi passi e cade ancora e ancora viene sostenuto. E ancora altre tre volte. Arriva al traguardo sorretto da una piccola folla. Taglia il filo di lana e sviene. È portato via in barella. Pochi istanti dopo arriva lo statunitense Johnny Hayes.

La squadra Usa fa subito reclamo, Pietri è squalificato. Ma quella sua tragica marcia da ubriaco commuove l'opinione pubblica. Le sue gesta in particolare vengono cantate sul Daily Mail da sir Arthur Conan Doyle, il «papà» di Sherlock Holmes. La regina Alessandra vuole incontrarlo e gli consegna una coppa d'argento dorato simile a quella destinata al vincitore della maratona. Conan Doyle poi lancia una sottoscrizione, a cui partecipa con 5 sterline, per aiutarlo ad aprire una panetteria a Carpi. Pietri diventa una celebrità mondiale, gli vengono offerti lauti ingaggi per partecipare a tutte le principali maratone internazionali. Lo stesso anno parte per una tournée americana e il 25 novembre 20mila persone, ma 10mila rimangono fuori essendo esauriti i posti, assistono al Madison Square Garden di New York, alla rivincita con Hayes. Vince Pietri che poi batte nuovamente il campione olimpico il 15 marzo 1909. Nei due anni successivi continua a gareggiare in ogni angolo del mondo da Buenos Aires in Argentina a Göteborg in Svezia. Nel 1911 si ritira dall'attività agonistica con una piccola fortuna: 200mila lire in soli premi (vent'anni dopo una famosa canzonetta indica in «Mille lire al mese» lo stipendio ideale) più le 5mile mensili, pari ad altri 200mila, garantitigli dal suo agente. Rileva un albergo a Carpi nell'edificio che ora ospita la filiale Unicredit e dov'è ancora custodita la famosa coppa donatagli dalla regina inglese. L'impresa fallisce e Pietri si trasferisce a Sanremo dove apre un'autorimessa e dove muore il 7 febbraio 1942, stroncato da un improvviso infarto. Ma ormai è nella leggenda. Più di Spiridon Louis, il greco che vinse la prima maratona alle Olimpiadi di Atene del 1896 o di Abebe Bikila, l'atleta scalzo di Roma 1960. Gli altri poi non se li ricorda più nessuno.