Quell’individualismo violento dietro l’attacco alla famiglia

I centri sociali servono a dare un canale di scorrimento alla violenza indotta dal modello sociale esistente o sono semplicemente essi stessi un’espressione della violenza nelle loro parole e nelle loro azioni? Dei movimenti di Porto Alegre non è rimasta che la rappresentazione in riunioni ormai secolarizzate, sono i grandi Paesi come il Brasile, l’India o il Sudafrica a fare proprie le espressioni dell’«altro mondo possibile» mediante la richiesta della riduzione dei vincoli doganali delle loro merci nei Paesi occidentali.
Una parte del contenuto dei movimenti di Porto Alegre è diventato questione politica, persino surclassata da fatti inattesi come la nuova forma dell’antiamericanismo latino americano espresso da Hugo Chavez. Ci rimangono come eredità i centri sociali, finanziati e protetti dagli enti locali che li ritengono mezzi di socializzazione di coloro che si sentono alieni alla città in cui vivono.
Attaccare, come è accaduto a Bologna, i Cpt colpendo e ferendo, è un modo per esorcizzare la violenza facendo del poliziotto e della sua legge il capo espiatorio, l’antica forma del sacro, come sostiene René Girard o è invece espressione della semplice violenza di una passione individuale?
Sono cadute le grandi narrazioni collettive, sia in originaria forma cristiana sia nella derivata forma rivoluzionaria. E non esiste più un modello universale che consenta di spegnere la violenza che è nella vita ed esiste come forma delle passioni individuali. Ma pensare che dare espressione politica alla violenza facendo delle forze dell’ordine il nemico primo non significa socializzare l’individuo ma degradare nello Stato la società. Quando si pone il problema della famiglia esso viene prima della questione delle coppie di fatto e di quelle del medesimo sesso. Significa difendere l’ultimo modello che rimane di vita collettiva.
La città, figura formativa della società antica, non è più un modello e lo Stato ha perso i contorni come unità dell’identità nazionale. L’identificazione massima si ha oggi con le squadre di calcio ed esse, altra forma di diga alle pulsioni violente, divengono esse stesse il contenitore e il sostenitore degli eccessi che avvengono attorno agli stadi.
I movimenti espressi con i diritti civili hanno condotto al divorzio e all’aborto. L’ultima parola come riferimento ideale e morale è il diritto individuale. Ed esso è in qualche modo la codificazione della forza perché suppone gli individui come spazi chiusi in cui la relazione non ha valore per se stessa. Si tratta soltanto di definire gli spazi attorno al singolo in modo che egli non sia definito dalla relazione se non nella forma che egli accetta e che può sempre interrompere. Le convivenze di fatto, proprio come esercizio di diritti individuali, sono divenuti la forma prevalente nella stessa gestione del matrimonio. Il rapporto in cui il consenso fonda la regola sino a che la volontà dei singoli lo accetti è di fatto il modello prevalente. Questo spiega la scelta fatta dalla Chiesa di fare del matrimonio una questione politica perché la famiglia è l’ultima forma di liberazione del singolo dalla violenza che ci è rimasta. I diritti individuali sono uno spazio di forza che si modellano sulla forza dei partecipanti, in cui relazione non crea obbligazione. Ciò significa che il «tu devi» non esiste più se non nella misura in cui diventa «io voglio». E la fine dell’obbligo è la crisi della forma morale che è rimasta anche quando il razionalismo staccò l’Europa dal Cristianesimo. La battaglia per la famiglia è l’ultima battaglia per la difesa in Occidente della moralità come forma della persona e diga contro la violenza. Ma anche se si pensa che sarà perduta andrebbe combattuta solo per quel che afferma e non per quello che nega.
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