Quell’intrigo internazionale che prese la Francia alla gola

In «Maria Antonietta e lo scandalo della collana» Benedetta Craveri ripercorre le tappe della celebre truffa del XVIII secolo che ispirò Alexandre Dumas

«Grande e fausto frangente! Un cardinale imbroglione, la regina coinvolta in un caso di frode!... Quanto fango sulla croce e sullo scettro! Che trionfo per le idee liberali!», poteva proclamare, e ne aveva ben donde, visto il putiferio che sarebbe scoppiato di lì a poco, l’allora magistrato Emmanuel-Marie-Michel-Philippe Fréteau de Saint-Just. In effetti, il «processo Rohan» o, più comunemente, «lo scandalo della collana» può essere considerato il prologo della Rivoluzione francese.
Il dibattimento, tenutosi di fronte al Parlamento di Parigi (poco incline, oramai, ad obbedire agli ordini del deboluccio Luigi XVI, e impregnato di sacri furori illuministi), tenne l’opinione pubblica della capitale e un poco di tutta Europa col fiato sospeso. Anche grazie alla diffusione delle memorie di accusa e difesa e di libelli anonimi scoperchiando, al di là della sentenza che vide assolto il cardinale di Rohan e condannati gli avventurieri che l’avevano messo nel sacco, la corruzione che impregnava la corte di Versailles e i vizi, veri o ritenuti tali, dei monarchi e soprattutto di Maria Antonietta, la superodiata «Austriaca».
Ma veniamo ai fatti, che incrociano, intorno al 1785, tre storie parallele. La prima storia è quella dei gioiellieri top di Parigi, Charles-Auguste Böhmer e Paul Bessange. I due avevano setacciato i mercati di tutta Europa a caccia di diamanti per allestire, più che una collana, un pettorale imponente del peso mostruoso di 2800 carati. L’avevano pensato per Madame du Barry, la potentissima favorita di Luigi XV. Alla morte del sovrano, l’avevano offerta al successore Luigi XVI per la moglie Maria Antonietta, che affogava tristezza e solitudine in gioielli, vestiti e pettinature spettacolari. Ma avevano fatto un buco nell’acqua, e il costosissimo gingillo gli era rimasto sul gobbone.
La seconda storia narra di una giovane avventuriera, Jeanne de Saint-Rémy de Valois, coniugata La Motte, discendente bastarda di Enrico II. Uscita da un’infanzia di stenti grazie alle proprie indubbie attrattive e a un cervello sopraffino, il suo desiderio di lusso e ascesa sociale sfiorava la mitomania.
Terzo personaggio, il cardinale Louis René Edouard de Rohan, Grande Elemosiniere di Francia. Soprannominato «la Belle Eminence», membro di una delle famiglie più potenti del regno, il cinquantenne e gaudente porporato aveva un unico cruccio. Maria Antonietta (su ordine della bacchettonissima mammà, Maria Teresa d’Austria) lo ignorava. Il che, per le sue smodate ambizioni, era un gravissimo freno.
La soluzione? La «trova» Jeanne de La Motte, spacciatasi per confidente della sovrana. Basta che il cardinale offra la propria firma a garanzia dell’acquisto della famosa collana, che Maria Antonietta vorrebbe a tutti i costi possedere. Prezzo, 1.600.000 livres, pari a mezza tonnellata d’oro. Il cardinale ci casca, irretito in una truffa raffinatissima che vede, tra i comprimari, nientepopodimeno che il conte di Cagliostro. Una volta intascata la collana, i congiurati la fanno a pezzi e smerciano le pietre. Ma i nodi non potevano non venire al pettine. I gioiellieri, infatti, a fronte dei mancati pagamenti, decidono di rivolgersi alla regina. Risultato? Tutti dentro, compreso Rohan. Il processo davanti al Parlamento di Parigi fu un affare al fulmicotone. Zeppo di colpi di scena e col finale a sorpresa, visto che, nonostante le pressioni della corte, Rohan vide riconosciuta la propria innocenza. Mentre niente riuscì a convincere i francesi che l’«Austriaca» non c’entrasse nulla.
Della vicenda, oltre che i libellisti, si impadronirono commediografi, registi, romanzieri (tra cui Alexandre Dumas). Oggi Benedetta Craveri ce la riconsegna, in un libro breve e freschissimo, preciso ma godibile dalla prima riga all’ultima. Il titolo, Maria Antonietta e lo scandalo della collana. La casa editrice, Adelphi. Le pagine, 92 (euro 5,50).
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