Quella comunista di Marilyn

Dalla biografia di Mario La Ferla, che ha attinto ai rapporti dell’Fbi, emerge un tratto inedito della star: i legami con alcuni esponenti della sinistra americana

Ho conosciuto Marilyn Monroe nell’inverno del ’59. Sui sedili del cinema «Estense» di Ferrara, fu amore a prima vista. Il sorriso, perennemente velato di tristezza di Zucchero, il personaggio che Marilyn interpretava in A qualcuno piace caldo, mi fulminò al primo istante.
Da allora, sono trascorsi 46 anni, su Marilyn sono stati scritti più di seicento libri. E a ogni libro scopriamo che credevamo di saper tutto di lei, ma che non è così. Adesso Mario La Ferla, per trent’anni inviato dell’Espresso, in Compagna Marilyn (Stampa Alternativa, pagg. 310, euro 15) ci svela un aspetto inedito della vita dell’attrice. «Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe in un rapporto segreto dell’Fbi», recita la copertina.
Tutto comincia nella notte tra il 4 e il 5 agosto ’62 nella villa di West Los Angeles, al numero 12305 della Fifth Helena Drive, che la diva aveva acquistato da poco. Marilyn è morta. Ancora adesso non si sa chi per primo abbia visto il cadavere, non si sa davvero come sia morta. La governante, lo psichiatra, il suo medico sono i primi ad accorrere. E fanno cose strane. Mettono a posto la stanza di Marilyn, cambiano le lenzuola del letto e mettono quelle appena tolte nella lavatrice... Soltanto dopo quattro ore e mezzo avvisano la polizia. La spiegazione del dottor Greenson, lo psichiatra della diva, lascia assai perplessi: «Abbiamo dovuto attendere l’autorizzazione dell’ufficio stampa della Fox prima di dare l’allarme».
Una cosa sola è certa: Marilyn non si suicidò. Lo ammise nell’82 John Miner, il perito patologo che aveva assistito il dottor Noguchi durante l’autopsia. Nel libro Il coroner indaga dedicato alle morti misteriose di personaggi celebri, scrisse che sia la polizia locale, sia quella federale avevano secretato le carte sulla morte della diva. E all’agenzia di stampa «City new service» disse testualmente: «Marilyn non si è suicidata». È proprio da qui, dal mistero della morte di Norma Jean Mortensen, che parte il libro di La Ferla.
Attorno alla villa al 12305 di Fifth Helena Drive in quella notte vengono segnalati, ovviamente sempre prima che arrivi la polizia, due killer della mafia e alcuni agenti dell’Fbi. Qualcuno afferma che, più o meno all’ora in cui morì Marilyn, si sia visto, in compagnia del cognato, l’attore Peter Lawford, anche Bob Kennedy, allora ministro della Giustizia e amante dell’attrice.
E qui si apre il capitolo degli amori della Monroe. Cantanti, scrittori, mafiosi, pizzaioli, militari in libera uscita. Attori, naturalmente. E politici. Due in particolare. John e Robert Kennedy. Il primo fu il futuro presidente degli Stati Uniti che lei conobbe quando era ancora un rampante senatore democratico. «John - scrive La Ferla - aveva un formidabile appetito sessuale». Marilyn sogna di diventare la first lady e quando John lo capisce «passa» la sua ingombrante conquista al fratellino. Ma nel frattempo le avventure erotiche della bionda attrice cominciano a suscitare l’interesse di Edgar Hoover, famoso e potentissimo capo dell’Fbi che teme di dover abbandonare la poltrona su cui siede dal ’24 se John Kennedy sarà eletto presidente degli Stati Uniti. Lui odia i Kennedy. «Era inevitabile, e fatale - scrive La Ferla - che Edgar Hoover incrociasse la strada dei Kennedy. Lui, repubblicano, conservatore vecchio stampo, poco incline a voler capire che il mondo comunque va avanti e cambia, non approvava niente di quello che i Kennedy pensavano e facevano. Gli erano visceralmente antipatici».
Presto, però, anche il rapporto con Bob entra in crisi. Ma Marilyn non si rassegna. Hoover tiene sotto controllo la diva 24 ore su 24: ha fatto registrare tutti gli incontri con John e Bob, sa che i due sono soliti vantarsi, che hanno raccontato a Marilyn cose che non sarebbero dovute uscire dalla Casa Bianca. E il capo dell’Fbi interviene.
Marilyn ha sempre avuto simpatie per gli intellettuali: è stata la moglie del commediografo Arthur Miller, finito nelle mani della commissione d’inchiesta del senatore Joseph McCarthy, è stata l’amante del comunista francese Yves Montand, frequenta Elia Kazan e Lee Strasberg. Ce n’è a sufficienza perché in quell’America venga considerata pericolosa. Hoover ha due assi nella manica: lo psichiatra e la governante della diva, Ralph Greenson e Eunice Murray. Sono due ex iscritti al partito comunista americano i quali, per non finire rovinati, hanno accettato di fare gli informatori dell’Fbi. Nella sua scheda personale, Greenson è definito «cospiratore sionista», «agente del Komintern», «spia per conto di Mosca, incaricato di ottenere le confidenze dell’amante del presidente degli Stati Uniti».
Greenson convince Marilyn che ha bisogno di distrarsi: «Niente di meglio di un viaggio in Messico». La notte del 18 febbraio ’62, scortata dalla «fida» Eunice, la diva atterra all’aeroporto di Mexico City, dove la attende José Bolanos, un giovane e brillante pseudo scrittore, in realtà un play boy che l’attrice aveva conosciuto nei suoi precedenti viaggi in Messico. Bolanos ha un compito: introdurre Marilyn nell’ambiente dei rifugiati americani, fra i quali spicca il miliardario Frederick Vanderbilt Field, bisnipote del commodoro Cornelius Vanderbilt, notissimo industriale di New York. Secondo l’Fbi anche Vanderbilt è una spia sovietica, ha partecipato, con Greenson, alla fondazione del partito comunista di New York, ha fondato e diretto il periodico filocomunista Amerasia, aveva finanziato il Daily Worker e la rivista The New Masses, entrambi di ispirazione marxista. Finché aveva dovuto rifugiarsi in Messico.
Il penultimo capitolo del saggio di La Ferla è intitolato «Tanti auguri, presidente». Il 29 maggio ’62 John Kennedy compie 45 anni e la famiglia decide di festeggiare al Madison Square Garden di New York con 16mila persone, tutto il bel mondo yankee. Ma a sorpresa, senza che la famiglia lo sappia, Peter Lawford e Frank Sinatra invitano anche Marilyn che, al momento del taglio della torta, deve cantare «Happy birthday dear mr. President».
Al Madison fila tutto liscio e l’happy birthday di Marilyn, fasciata in un abito color carne che non lascia niente all’immaginazione, manda in visibilio gli invitati. La festa si conclude a Manhattan nell’appartamento del magnate del teatro Arthur Krim. Bob, sotto gli occhi increduli della moglie Ethel, balla a lungo con la sua (ex?) amante. Ma a un certo punto John e Bob prendono Marilyn e la trascinano in un angolo: una discussione animata, stizzita, a tratti cattiva, testimoniano alcuni presenti. All’alba, però, il presidente e Marilyn vanno in una suite dell’hotel Carlyle. Secondo l’Fbi fanno l’amore in maniera sbrigativa, poi arriva uno squallido e definitivo commiato.
Ma i due fratelli e Hoover non si fidano, il capo dell’Fbi rivela al presidente le notti messicane della diva e i suoi racconti alla spia sovietica Vanderbilt; vari emissari invitano Marilyn a dimenticare tutto, a non parlare più con nessuno. A Hollywood intorno a lei si fa terra bruciata, nessuno la invita, nessuno la cerca. L’1 giugno Marilyn trascorre il 36º compleanno con i figli del professor Greenson. Finché si rifà vivo Sinatra. La Monroe accetta l’invito di recarsi a Las Vegas ma, appena giunta in albergo, viene condotta davanti a una specie di commissione formata da mafiosi alla presenza di Sinatra e del boss Giancana: le fanno orribili discorsi sulla vita e sulla morte, la imbottiscono di droghe e alcol e la sottopongono a una serie di violenze. Anche stavolta Hoover «vede» tutto.
È la fine. Marilyn, riportata a Hollywood, si chiude nella sua villa di Brentwood. Si cura come può ma non chiama nessun medico cui dovrebbe spiegare troppe cose, le ferite fanno male ma soprattutto non capisce come Sinatra e Giancana e, lei pensa, i due Kennedy, suoi amici e tutti suoi ex amanti, abbiano potuto farle questo. Non può accettarlo, e convoca una conferenza stampa per lunedì 6 agosto in un albergo di Hollywood. La sera di venerdì 3 agosto Marilyn è a un tavolo del ristorante La Scala con Robert Kennedy, Peter Lawford e la sua addetta stampa Patricia Newcomb. Gli spioni di Hoover raccontano al loro capo che l’attrice aveva gli occhi lucidi.
La notte fra il 4 e il 5 agosto Marilyn viene trovata morta.