Quella «demorazza» vile ma non spietata

Giunge utile, nel giorno della memoria, un libro che Paolo Veziano dedica alle vicende d’un piccolo mondo locale sul quale si riverberò l’immane tragedia della Shoah. Sanremo - Una nuova comunità ebraica nell’Italia fascista è il titolo del volume, edito da Diabasis, che ha una prefazione di Alberto Cavaglion.
In realtà l’avvio a questa ricerca è dato da un personaggio che appartiene al rigore e al folklore della scienza più che alla storia delle persecuzioni razziste. Samuel Abramovich Voronoff, russo emigrato, ebbe fama mondiale per i suoi trapianti sull’uomo di testicoli tolti alle scimmie: con il che Voronoff voleva dare fresco vigore e nuova giovinezza a chi del suo metodo s’era giovato. Questa sperimentazione fu molto agevolata dal fatto che Voronoff, da molti considerato una via di mezzo tra il mago e lo stregone, avesse per moglie una donna tossicodipendente e immensamente ricca che morì nel 1921 (lui fu accusato d’averne accelerato la morte). A 61 anni, forse per accreditare con un esempio pratico la validità delle sue teorie, Voronoff si risposò con una bellissima ragazza che di anni ne aveva quaranta meno di lui.
Lo scienziato aveva acquistato una proprietà a Grimaldi, una «villa confine» le cui finestre da un lato davano sull’Italia e dall’altro sulla Francia. Lì volle creare un allevamento di scimmie, indispensabili per la cura e reperibili con difficoltà sul mercato. Fu lasciato in pace da «demorazza», entità burocratica generata dalle infami leggi antisemite, benché non fosse sfuggito alla rilevazione dei cittadini di razza ebraica disposta nell’agosto del 1938. Nel maggio del 1939 s’imbarcò per gli Stati Uniti e di là non si mosse dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. I fratelli Alessandro e Giorgio, rimasti in Francia, furono rastrellati e morirono ad Auschwitz. Voronoff poté riprendere possesso, finito il conflitto, della sua proprietà, malandata e devastata, e progettò di risistemarla. Non ci riuscì perché a Losanna, nel 1951, cadde in malo modo uscendo dalla vasca da bagno e si spense dopo una lunga agonia.
Questo del russo Voronoff, e quello del filosofo tedesco Walter Benjamin, sono i due nomi di maggiore spicco nelle biografie che Veziano propone. Benjamin, che parlava di sé come d’un uomo senza prospettive, scelse la via dei Pirenei per raggiungere Lisbona e imbarcarsi, lui pure, per l’America. Ma al confine spagnolo fu respinto dai gendarmi franchisti perché privo del visto d’uscita francese. Sentendosi braccato, e nel timore d’essere consegnato alla Gestapo, si tolse la vita ingerendo un’overdose di morfina. In una cartolina a T. Adorno, scritta nelle ultime ore, vergò queste righe: «In una situazione senza uscita non ho altra scelta che farla finita. E la mia vita terminerà in un paesino dei Pirenei in cui nessuno mi conosce».
Per quanto riguarda i meno noti tra gli ebrei stranieri che vivevano nella Riviera di Ponente (in buon numero provenienti dalla Germania hitleriana) questa cronaca locale ricalca le linee generali della persecuzione fascista. A un certo punto gli ebrei stranieri vennero assimilati a cittadini di Stati nemici, e fu revocata la cittadinanza italiana a chi l’avesse ottenuta dopo il primo gennaio 1919. Vi furono suicidi per disperazione e per sfida al regime mussoliniano. Ma il peggio venne dopo l’8 settembre ’43, quando i nazisti ebbero un potere totale su quella parte d’Italia che occupavano. Non c’era più soltanto la minaccia di angherie e ingiustizie. C’era la minaccia dello sterminio. Va detto - flebile motivo di consolazione in un quadro d’orrore - che la popolazione di Sanremo e dintorni non fu mai contagiata da sentimenti antisemiti.
Sì, il «giorno della memoria» ripropone, anche in queste sfaccettature locali, un repertorio di nefandezze, con qualche raggio di luce. Troppe le nefandezze, troppo poca la luce. Traspare tuttavia da queste pagine che la «spietata macchina burocratica italiana» - così la definisce Veziano - non fu poi così spietata finché operò autonomamente. Era una macchina inefficiente, torpida, negligente non per caso. Servile e vile, ma a mio parere non spietata.