Quella falsa etica senza innocenza

Gaetano Quagliariello

Chi si ricorda dello «svedese», il protagonista della Pastorale americana di Roth? È il simbolo dell'innocenza del sogno americano che il '68 scalfisce senza riuscire a infrangere. Non a caso, è un giocatore di football che, a forza di lanci smarcanti di quaranta metri e di corse irrefrenabili verso la meta, diviene il mito del suo paese. Lo svedese convive con l'onere che gli procura questa fama. Circostanza che non gli impedisce, però, fuori dal campo di calcio, di giocare il duro gioco dell'economia di mercato: gestore modello di una fabbrica di pellame che egli sa ereditare e innovare, mantenendo inalterato il rapporto con i dipendenti così come era stato fissato dalla tradizione di famiglia. Nel romanzo due mondi si confrontano senza opporsi: il microcosmo del campo di football, scandito da regole «comuniste» che ne garantiscono la sportività e il mondo esterno, dove il mercato dimostra nella quotidianità la sua intrinseca moralità. Sono le due facce di una stessa medaglia, che si riunificano nell'onestà un po' ingenua dello «svedese».
Non sappiamo se la penna del ministro Giovanna Melandri possegga le stesse virtù di quella di Philip Roth. Siamo sicuri che non ce ne vorrà se ne dubitiamo. Non è per la diversa capacità letteraria, però, che la sua legge sul calcio ci ha dato sensazioni addirittura opposte a quelle ricavate dalle pagine di Roth. Perché, laddove nell'America della seconda metà del secolo scorso la logica intrinseca al mondo sportivo e quella del mondo esterno si ricomponevano in un comune ideale d'innocenza, nell'Italia prodiana tutto si confonde in un pasticcio intriso di furbizia, comprensibile solo alla luce della pura logica del potere.
La Melandri vorrebbe collettivizzare il mondo del calcio. Vorrebbe, cioè, che le squadre versassero una parte dei loro proventi - in particolare quelli ricavati dalla vendita dei diritti televisivi - a una gestione collettiva che abbia il compito di ripartirli in modo paritario. Dovrebbe essere, la sua, una risposta allo scandalo che ha mandato nel pallone dirigenti e giocatori e che solo la vittoria al mondiale ha avuto la forza di arginare. E, in apparenza, un modo per avvicinare il mondo «corrotto» del calcio italiano all'ideale sportivo del football americano. Peccato che esista una piccola differenza. Mentre in America quell'universo è sottratto alla logica del profitto che invece regna indisturbata all'esterno, in Italia il mercato è demonizzato e messo all'indice ma, nonostante ciò, le squadre di calcio sono società per azioni, alcune di loro persino quotate in borsa. E nessuno fino ad ora ha inteso mettere in discussione tale presupposto.
A questo punto si crea il cortocircuito e le migliori intenzioni finiscono per tramutarsi in insopportabile demagogia. Ci si deve domandare: nel contesto dato, è mai pensabile che una società cerchi sul mercato il miglior allenatore, i giocatori più bravi, i manager più efficienti per vedersi poi espropriata del diritto di decidere chi e a che prezzo fare entrare allo stadio, a chi concedere gli spazi pubblicitari e a quali condizioni far riprendere lo spettacolo? Al ministro Melandri non è venuto il dubbio che una siffatta soluzione sia lesiva del principio di libera concorrenza e si configuri come vero e proprio esproprio costituzionalmente illegittimo, senza la previsione di un equo indennizzo per la privazione di un diritto?
La nostra non è una difesa libresca e massimalista dell’economia di mercato. Chi, come gli americani, ha coscienza di questa logica e la sente compenetrata nel tessuto della sua società, può anche concepire che rimanga estranea a un ambito in cui la competizione presuppone un certo livellamento delle forze in campo. Ma, in questo caso, bisogna dimostrare una visione d'insieme e un po' di coerenza. Perché finché il calcio è sottoposto alla logica del mercato è naturale che a valere siano le regole, e persino le durezze, che vigono in quest’ambito. E la moralità va cercata in fondo alle cose. Non nella rivendicazione farisaica di una diversità che non è giusto pretendere.
A meno che, l'esigenza di moralità sia un mezzo per consumare qualche vendetta o per conferire qualche favore agli amici. È quanto viene in mente quando si legge nella «legge Melandri» che per i diritti televisivi sul campionato che fino a ieri era il più bello del mondo, i mercati della televisione analogica, digitale, satellitare debbano considerarsi scissi e che, per questo, chi opera in un campo non può invadere la piattaforma dell'altro. Si tratta, in teoria, di una giusta precauzione contro istinti monopolisti. Ma nella pratica, se si riflette al fatto che sul satellite si trova solo Sky, diviene un modo per fissare il diritto esclusivo di un solo operatore a impossessarsi del prezioso bottino. Si provi a guardare per due volte di seguito il telegiornale di Sky 24. Sembrerà di visitare la succursale del Tg 3. Allora, apparirà più chiaro di quale pasta è fatto il «Melandri dream». E ci si convincerà che quello che ci ha portato alla conquista della Coppa del Mondo, pur imperfetto e con qualche acciacco, è in fondo assai più limpido.