Quella guerra incomprensibile che l’Udc s’ ostina a combattere

Stefania Craxi*

L’onorevole Casini non parteciperà alla manifestazione del 2 dicembre indetta da Berlusconi, Fini e Bossi contro la finanziaria delle tasse. Casini, con l’Udc, sarà a Palermo a manifestare ugualmente contro la Finanziaria che a lui piace meno che a Berlusconi. Casini vuol fare da solo, non si vuole mischiare. Quale sia la differenza tra una manifestazione unica e due con lo stesso obiettivo è una raffinatezza spiegata con l’argomento che la piazza rafforza Prodi. Ma non ci sta anche Casini in piazza, sia pure a Palermo? Mistero.
In una recente trasmissione televisiva Bruno Vespa, che pure è un attento osservatore quotidiano di cose politiche, ha confessato di non capire che cosa vuole fare Casini. Io aggiungerei che cercare di capirlo è altrettanto inutile, perché non c’è guerra più campata per aria di quella ingaggiata dall’onorevole Casini.
Casini è il più determinato avversario di Prodi e vuole che cada subito, prima che si affacci all’orizzonte lo spettro delle elezioni anticipate. Mira a un governo di transizione, un governo tecnico o del Presidente, autunnale o balneare che sia, in cui una Udc sganciata dagli obblighi della coalizione potrebbe avere una parte di rilievo. Casini non è per il maggioritario, è proporzionalista e vuole rimescolare le carte, e avere le mani libere, per giocare al meglio le proprie chance. Nulla da obiettare - ciascuno fa i propri interessi - se tutta la strategia sui cui punta Casini non fosse sbagliata, inconsistente, irreale.
Ma davvero se non ci fosse più Berlusconi a capo della Casa delle Libertà il governo Prodi si squaglierebbe come neve al sole? Casini dice - spero che non lo creda - che l’antiberlusconismo è il vero cemento dell’Unione. Si sbaglia di grosso: l’antiberlusconismo è un pretesto, il cemento è il potere. L’Unione è certamente un’armata Brancaleone, colma di personaggi irresponsabili, ma riuscire a superare una Finanziaria che ha fatto scendere sotto il 35 per cento il consenso al governo dovrebbe pur dire qualcosa. E dovrebbe pur dire qualcosa il fatto che Fassino e Rutelli si tengono stretto un presidente del Consiglio gaffeur, bugiardo, rancoroso e inviso agli italiani.
La verità è che le distanze tra Ds e Rifondazione sono molto più esigue di quanto il folklore giornalistico non faccia apparire. Bersani è un comunista emiliano e Bertinotti e Giordano sono comunisti senza aggettivi. Le sue liberalizzazioni non danno fastidio a nessuno. Le tasse di Visco stanno bene a Fassino e a Bertinotti perché entrambi sono convinti della funzione educatrice dello Stato in economia come nella vita civile. L’ondata di precari che sta per abbattersi nelle Università, nelle scuole di ogni ordine e grado, nel Servizio sanitario, nella pubblica amministrazione, nei comuni e nelle province, sta bene a Fassino, Rutelli, Bertinotti e Diliberto, perché tutti pensano che quello sia il loro elettorato e a nessuno importa che in tutto ciò che è Stato e parastato non ci sia più selezione, concorrenza, che tutto il servizio pubblico, già scadente, peggiori ancora.
Aspettare la crisi di Prodi sulle pensioni, sulla legge Biagi, sulla «fase 2» e le altre balle che alimentano le cronache politiche è aspettare l’Araba Fenice. Ognuno dice la sua, litigano ma stanno attaccati al potere come ostriche allo scoglio. Persino Pannella e la Bonino, che da questo governo non hanno ricevuto che schiaffi in faccia, non battono ciglio. La crisi del governo Prodi può avvenire solo per consunzione, quando il discredito sarà insopportabile, quando l’alternativa di Forza Italia e dei suoi alleati apparirà l’unica via d’uscita possibile. Indebolire la Casa delle Libertà facendo apparire la propria disponibilità contro Bertinotti e Diliberto è un’operazione in pura perdita. A Fassino e Rutelli non viene nemmeno l’acquolina in bocca.
*Parlamentare di Forza Italia