Quella Lega libertaria solo a metà

Cosa c’è davvero di libertario nella Lega? Nella riunione di Venezia, Umberto Bossi è tornato a parlare di rivolta fiscale e diritto di secessione, riproponendo (pur con coloriture populiste) temi e proposte della tradizione libertaria. E quando si parla di libertarismo ci si riferisce ormai ad una tradizione per così dire ultra-liberale, che pone al centro la società e avversa lo Stato, rigetta la coercizione in nome dei diritti dei singoli, prefigura un ordine giuridico basato sul più rigoroso rispetto della proprietà privata e sul diritto di negoziare, associarsi, creare istituzioni su base volontaria. E che considera legittima, per le comunità e ancor più per gli individui, l’aspirazione a staccarsi dalle istituzioni attuali per crearne di nuove.
Nella storia del leghismo i temi libertari sono una sorta di fiume carsico. Basti ricordare che nel 1993 la ripubblicazione in italiano del grande saggio di Henry David Thoreau sul diritto di ribellarsi fu patrocinata dal professor Gianfranco Miglio, certamente la migliore intelligenza avvicinatasi alla Lega. Mentre per Romano Prodi «gli italiani non possono approvare ciò che va contro la legge», introducendo il classico americano Miglio affermava allora che «i popoli liberi e meglio ordinati sono proprio quelli che si permettono ogni tanto di ribellarsi», contestando il fisco e le norme vigenti: come fecero gli inglesi a fine Seicento o gli americani un secolo dopo. D’altra parte, per alcuni anni «basta tasse, basta Roma» non è stato solo uno slogan efficace, ma anche la traduzione in forma estremamente concisa della lezione dello studioso comasco.
Quando così nel 1996 la Lega usò in maniera massiccia gli argomenti più semplici e convincenti dell’armamentario liberale, il successo fu sorprendente e Bossi superò la soglia del 10%. Rivendicando a voce alta il diritto di votare sull’indipendenza del Nord, la Lega interpretò attese diffusissime. In maniera istintiva, infatti, molti elettori settentrionali sono fortemente antistatalisti: detestano lo Stato e le tasse perché sono persuasi (non certo a torto) che una parte rilevante dei loro contributi vada al Sud e alimenti un assistenzialismo fallimentare. Essi si chiedono pure quanto migliore sarebbe la situazione se invece che essere obbligati a comprare i servizi di Stato potessero tenersi i loro soldi e fare da sé. Sono infine convinti che il moltiplicarsi di Stati e staterelli costringerebbe le classi politiche a essere più economiche ed efficienti, a costare meno e produrre meglio: esattamente come accade nei cantoni svizzeri tanto cari all’immaginario del movimento.
Se questo humus libertario esiste ed è importante, è però vero che a più riprese la dirigenza leghista ha pure compiuto scelte di segno opposto. Non ci si riferisce soltanto a quanto gli eletti hanno fatto, o non fatto, una volta ottenute posizioni di rilievo: come sindaci o ministri. Ancor più importante è ricordare che contro i diritti e gli interessi dei consumatori la Lega è stata spesso in prima linea nella battaglia protezionista volta a fermare le T-shirt cinesi in vendita a pochi euro. E se il primo movimento popolare libertario è stata la Anti-Corn Law League di Richard Cobden, che nella prima metà dell’Ottocento mobilitò le masse per abbattere le dogane nell’interesse della povera gente, oggi i libertari chiedono l’abbattimento di tutte le tasse: dazi inclusi.
Per quanti sono coerentemente antistatalisti è difficile scindere il diritto di secedere da uno Stato dal diritto di scartare i produttori che non ti soddisfano più, comprando dove si vuole.
C’è infine un’ultima considerazione. Fino ad ora la Lega ha usato un linguaggio venato di temi libertari quando si è trovata all’opposizione, a Roma come in periferia, mettendolo subito da parte una volta entrata nelle stanze dei bottoni. Il «basta tasse», insomma, è apparso troppo spesso strumentale e incoerente. E forse questo spiega anche il netto distacco da parte di una fetta considerevole dei suoi elettori di un tempo.