Quella partita fra nemici in mezzo alle trincee

Gian Piero Scevola

Dimenticate il film di John Huston «Fuga per la vittoria» dove, nella Seconda guerra mondiale, i prigionieri alleati sfidavano gli aguzzini tedeschi in una memorabile partita di calcio. Mettete da parte quel 4-4 cinematografico con la spettacolare rovesciata di Pelè o il rigore parato all’ultimo secondo da Sylvester Stallone. Quella che vi raccontiamo ora è la storia vera di una partita dimenticata, una gara che non troverete negli annuari del calcio, un match che ha regalato, per qualche ora, pace e serenità a chi ammazzava e si faceva ammazzare in guerra.
Era il 24 dicembre 1914, lungo il fronte occidentale delle Fiandre si fronteggiavano nel fango ghiacciato delle trincee soldati tedeschi da una parte, francesi, scozzesi, inglesi dall’altra. In mezzo una terra di nessuno, cosparsa di cadaveri mutilati dai ratti, buche piene d’acqua, desolazione e morte. All’improvviso, non si sa chi e perchè, si alza una voce che canta Stille Nacht, heilige Nacht e la nenia si diffonde lungo il fronte. Sorpresi, gli alleati per un po’ tacciono, poi qualcuno accende un lumino, tanti lumini, parte qualche timido applauso e da parte inglese ecco la risposta con il Valzer delle candele. E come per incanto scatta la tregua di Natale, spuntano piccoli abeti natalizi, i nemici di ieri e di domani, lasciano le armi nelle trincee, escono e si incontrano, scambiandosi quei piccoli doni che valgono più di un tesoro: sigari, tabacco, cioccolato, grappa, champagne.
É questo uno degli episodi meno conosciuti della Prima guerra mondiale, raccontato in questi giorni in un libro e in un film. «La piccola pace nella grande guerra» scritto dal giornalista Michael Jürgs, basato su lettere, diari, fotografie e testimonianze di allora, è edito dal Saggiatore, mentre «Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia» di Christian Carion è il film scelto dalla Francia per concorrere all’Oscar. Già questo potrebbe bastare, ma la storia non finisce lì perchè il giorno di Natale i nemici seppellirono i loro morti e poi, travolti dall’entusiasmo per un giorno di guerra dimenticato, si misero a giocare a calcio tra difficoltà inenarrabili: scarponi, stivali, uniformi pesantissime, buche zeppe d’acqua gelida. Bastava un barattolo di conserva vuoto, o un po’ di paglia schiacciata per scatenare la voglia di correre dietro una palla: era come inseguire la libertà. Mentre tanti altri seduti sulle trincee urlavano con un tifo da stadio vero. «Costruimmo delle specie di porte», ricorda Ernie Williams dei Cheshires che racconta della partita presso Wulvergem. «Due ragazzi si misero tra i paletti sovrastati dagli elmetti e cominciarono tutti a correre dietro il pallone, erano in un centinaio, alla rinfusa, senza arbitri, senza linee».
Il testimone oculare Jimmy Prince afferma che gli scozzesi s’imposero 4-1 sui tedeschi, ma altri dicono che furono i sassoni a battere 3-2 gli scozzesi (e questa sembra essere la verità) o addirittura 6-4, ma subito la censura calò su questa giornata di speranza, Gli alti papaveri militari di entrambi i fronti imposero il silenzio su questa partita che correva ormai sulla bocca di tutti. La nomea arrivò anche al caporale Adolf Hitler, che si trovava a Wijtschate nelle Fiandre, che al commilitone Heinrich Lugauner del 16° reggimento di fanteria bavarese disse furibondo che andava disapprovato il fatto che soldati tedeschi e britannici si porgessero la mano nella terra di nessuno e intonassero insieme i canti di Natale, anzichè spararsi addosso. Lugauner e altri ascoltarono le farneticazione di Hitler, poi gli girarono le spalle senza rispondergli e se ne andarono, chiudendolo a chiave nella baracca. Troppo cocciutamente prussiano, quell’austriaco che a Stille Nacht preferiva il Deutschland über alles.