Quella sigaretta che mandò in fumo tutto il sistema

«Nuoce gravemente alla salute», di Benoît Duteurtre, è una satira impietosa della società e dei suoi divieti

Enfant e ora homme terrible (è del 1960) della letteratura francese, già definito dalla rivista Technikart «l’uomo più detestato di Parigi» (aveva allora appena pubblicato da Gallimard il romanzo Les malentendus, sulla situazione dei sans papiers), Benoît Duteurtre non è certo uno che le manda a dire: satira impietosa della società contemporanea, la sua, e una scrittura limpida, minuziosa, esito di una rara capacità di osservazione (occhio naturalmente in grado di penetrare oltre il velo ormai sfilacciatissimo delle apparenze), che ben accompagna la lucida visione del mondo d’oggi, di cui è solito evidenziare, ed esaltare in negativo, vizi e vezzi, abitudini e convenzioni. «Benoît Duteurtre è un po’ il nostro Molière» ha scritto Sébastien Lapaque, sul Figaro littéraire, e come tutti coloro che hanno il coraggio di mettere alla berlina il «sistema», preso nel suo complesso e nelle sue infinite, occulte diramazioni, gli è stato dato ad andar bene del reazionario - secondo lo schema da tempo invalso, che fa del cinico, o basterebbe del disincantato, un uomo comunque «contro»: contro il progresso, l’indiscutibile ragionevolezza borghese, la marcia trionfale dell’umanità verso la libertà e un perbenismo universale che mostra, a grattare appena la superficie, la sua doratura da fondale di teatro.
Eppure, molto semplicemente, Duteurtre descrive quanto lo circonda, come ha spiegato uno dei suoi estimatori, Milan Kundera, recensendo nel 1997 Drôle de temps: «Osserva e descrive ciò che vede. Come se volesse dirci: se non c’è più speranza di cambiare il mondo, che non merita più il nostro amore, che ci resta da fare? Non farsi ingannare. Vedere e sapere. Sapere e vedere».
E lo sguardo di Duteurtre è acuto, lo abbiamo accennato, e forte la sua volontà di smascheramento; peccato che la società francese sia poco avvezza all’autocritica, e se la prenda regolarmente a male; a detta dello stesso autore in una recente intervista, «in Francia sembra ci si debba vergognare a essere leggeri, quasi che le cose, per aver peso, debbano esser dette solo in maniera drammatica... Io amo davvero l’humour e rivendico l'etichetta di autore di tradizione satirica... l’humour che è una delle risorse della tradizione romanzesca».
Ebbene, in questa nuova traduzione italiana, approntata sempre (dopo Call center del 2005) da Garzanti, Nuoce gravemente alla salute (a cura di Giulio Lupieri, pp. 144, euro 14; edizione originale La petite fille et la cigarette, Paris, Fayard, 2005) e in libreria in questi giorni, l’humour certo non manca: un humour per lo più feroce e dolorosissimo, che fa del libro una commedia a tinte fosche, in cui ciò che è giusto e ciò che è iniquo si strappano vicendevolmente i panni di dosso, in una sarabanda di equivoci (di quelli gravi, questioni di principi e di morale) dall’esito ferale. La vicenda si dispiega lungo due linee portanti: le tematiche legate al fumo, alle varie proibizioni onde tutelare la salute pubblica («ma io non voglio essere tutelato!» grida a un certo punto il protagonista, che a una sigaretta appunto dovrà la propria rovina); e la linea protezione-dell’infanzia, ovvero della parte più debole e indifesa del pianeta. Salvo che, grazie all’intervento di amministratori savi ed accorti, assistiamo a un vero e proprio straripare dei piccoli «mostri», che hanno piede libero ovunque, nei posti pubblici, per le vie di una non ben identificata città (che in realtà intende rappresentarle tutte, sempre più inquinata e invasa delle macchine: argomento su cui già nel 2002 l’autore scrisse un pamphlet, Le grand embouteillage); e ancora nei locali dell’amministrazione comunale dove il nostro protagonista lavora, e dove a fatica si destreggia tra segrete violazioni delle norme antifumo e palesi manifestazioni di intolleranza verso le orde di bambini arroganti e prevaricatori, indisturbati padroni del mondo, sotto gli occhi umidi di adulti fautori della collettiva regressione all’infanzia quale epoca di purezza e d’innocenza.
Un buonismo d’accatto, il loro, magnificato dai media (e quante se ne dicono, in un efficace, ipnotico linguaggio mimetico, sul grottesco del sistema mediatico!), al quale il protagonista non si piega. Ma fin dall’inizio, nell’esemplare scena dell’autobus che apre il volume, appare chiaro che è destinato a perdere: in un mondo in cui l’autonomia di pensiero non è virtù, ed è anzi fraintesa come alcunché di «strano». Persino i da lui beneficiati (in uno scambio vita per vita, nell’apoteosi mediatica finale, quando le tragedie dell’umanità sembra trovino la loro autentica ragion d’essere nell’unico regno che autentico non è) non gli sono grati: «Quel tipo non mi piace, è malsano. Ma sono davvero contento di avere vinto».
Commedia nera dei continui ribaltamenti: il condannato a morte, graziato in extremis per via di «un inedito cavillo giuridico» attinente al suo diritto all’ultimo desiderio (fumare una sigaretta), diviene un inno alla vita, un guru per folle di seguaci adoranti; la sua parola è balsamo. Il pedofobo («i bambini mi fanno orrore, mi invadono, mi mangiano») viene accusato di pedofilia, e giudicato da un ridicolo, tragicomico tribunale di bambini, i quali lo condannano sulla base di ammaestramenti tratti dalle storie di Pluto. Neppure l’estremo sacrificio di sé basterà a riscattare l’uomo semplice, lineare, che non sa cantare negli show televisivi e non piange in diretta. Bella, nell’ultimo capitolo, la sua difesa dell’età adulta («d’accordo, ma in questo mondo così preoccupato di proteggere i deboli, l’uomo qualunque, di quaranta, cinquant’anni, non meriterebbe forse anche lui un po’ di compassione?»), e soprattutto dell’aurea mediocritas, di chi, come lui stesso, non desidera altro che una vita tranquilla, dedito ai piaceri normali, la buona tavola, l’amore, le passeggiate col cane… : «Eccolo, il perfetto rappresentante della specie umana, di quello che essa ha di più sommario, testardo e prosaico, e tuttavia proprio per questo misteriosamente sublime… ».
A chiusura di libro abbiamo, sì, la sensazione di essere stati immersi per qualche ora in una sorta di futuro da incubo, in cui varie tendenze dell’oggi assumono assai più gravi valenze; ma poi, a pensarci bene, ci rendiamo conto che quel futuro è qui.